CONFERENZA di Eleonora Manuzio
Articolo pubblicato in «Orchids», NUMERO SPECIALE – ANNO 2023
Riassunto: Il webinar del 24 novembre 2021 con Osvaldo Rozzo ha esplorato le orchidee Paphiopedilum, dette “Scarpetta di Venere”, focalizzandosi su specie come Paphiopedilum callosum e Paphiopedilum villosum. Osvaldo ha analizzato morfologia, distribuzione, classificazione e caratteristiche dei fiori, mostrando ibridi come Paphiopedilum Emerald Future. Ha discusso nuovi ibridi con specie come Paphiopedilum canbii e Paphiopedilum rungsuriyanum, evidenziando l’eterosi. Le linee guida per la coltivazione includono gestione dell’umidità, substrato adatto e adattamento dell’irrigazione alle condizioni ambientali.
Abstract: The Nov. 24, 2021 webinar with Osvaldo Rozzo explored Paphiopedilum orchids, known as “Lady’s Slipper,” focusing on species like Paphiopedilum callosum and Paphiopedilum villosum. Osvaldo analyzed morphology, distribution, classification, and flower characteristics, showcasing hybrids like Paphiopedilum Emerald Future. He discussed new hybrids with species like Paphiopedilum canhii and Paphiopedilum rungsuriyanum, highlighting heterosis. Cultivation guidelines included moisture management, suitable substrate, and adjusting irrigation to environmental conditions.
I Paphiopedilum sono diffusi in un vasto areale, che comprende i territori a nord dell’India orientale fino ai ai piedi dell’Himalaya, il sud della Cina, le Filippine, tutta la zona del sud-est asiatico, l’arcipelago malese fino alla Nuova Guinea e le Isole Salomone. Crescono dal livello del mare fino ad oltre i 3000 metri di altitudine. Questo genere è composto dal maggior numero di specie dell’intera sottofamiglia delle Cypripedioideae ed è diviso nei seguenti sottogeneri: Brachypetalum (7 specie), Cochlopetalum (7 specie), Megastaminodium (1 specie), Paphiopedilum (18 specie), Parvisepalum (7 specie), Polyantha (21 specie) e Sigmatopetalum (34 specie). Morfologia I Paphiopedilum sono orchidee erbacee e perenni, sono sprovviste di pseudobulbi e le loro strutture di riserva sono nelle radici, delle quali alcune sono più corte e spesse, come ad esempio nei Brachypetalum, mentre altre sono più allungate per meglio aderire al substrato. I Paphiopedilum possono avere da 3 a 7 foglie che partono dal colletto, con una lunghezza che va dai 4 centimetri fino ad oltre un metro.
La morfologia del fiore: come tutte le orchidee il fiore dei Paphiopedilum presenta tre petali e tre sepali, ma ha due caratteristiche principali che lo differenziano: la prima è il sinsepalo, formato dall’unione di due sepali e la seconda è la forma particolare del labello, che troviamo in tutta la famiglia delle Cypripedioideae. Altra caratteristica tipica è lo staminodio, un’antera modificata in modo tale da permettere il passaggio di uno specifico insetto impollinatore.
Nei Paphiopedilum, inoltre, possiamo avere tre diversi tipi di infiorescenza: la monofloreale, dove ogni singola vegetazione sviluppa uno stelo che porta un solo fiore; l’infiorescenza sequenziale, dove abbiamo uno stelo che si allunga progressivamente nel tempo, produce un fiore che con il tempo seccherà, ma un secondo sarà pronto a sbocciare e così via in modo sequenziale. Non ci saranno mai fiori aperti contemporaneamente, ma in piante ben accestite, con molte vegetazioni, si possono avere fioriture continue e molto prolungate nel tempo. Il terzo tipo di infiorescenza è la multi-floreale, che troviamo nella sezione Polyantha, dove su un unico stelo troviamo diversi fiori, che si aprono contemporaneamente. Oltre ad avere diversi tipi di infiorescenze, in questo genere troviamo anche dimensioni molto diverse tra loro: si va dal “piccolo” Paphiopedilum thaianum ai “giganteschi” Paphiopedilum kolopakingii e Paphiopedilum randsii.
Specie più diffuse Alcuni Paphiopedilum sono di più semplice coltivazione, le foto delle piante in natura aiutano molto i coltivatori, perché danno con immediatezza le condizioni in cui le piante crescono.
Paphiopedilum callosum è una specie endemica in Thailandia, in Laos e in Vietnam; cresce dai 300 ai 2000 metri sul livello del mare, con temperature medie di 19°-24° Celsius.
Paphiopedilum primulinum è endemico nell’isola di Sumatra, cresce ad un’altitudine di 500 metri con una temperatura media di 20°-25°C Celsius. Questo Paphiopedilum è una specie della sezione Cochlopetalum, quindi ha un’infiorescenza sequenziale. Il Paphiopedilum primulinum deve il suo nome alla delicata colorazione rosa, che richiama quella delle primule; in coltivazione però è molto più diffusa la varietà Paphiopedilum primulinum varietà flavum (giallo), che è una forma albinistica, rispetto al Paphiopedilum primulinum varietà purpurascens.
Paphiopedilum villosum, che troviamo in Myanmar, Thailandia, Cina, Laos e Vietnam; cresce dai 1100 metri ai 2100 metri di quota, con una media di temperature che va dagli 8° ai 19° C. Questa specie è molto diffusa tra i coltivatori, infatti con questo range di temperature può essere coltivata all’aperto tutto l’anno, d’inverno però va riparata in una terrazza coperta o in un locale luminoso non riscaldato. Altro esempio di coltivazione è quello su Kool Log: non è un metodo comune, ma molto bello da vedere e che valorizza il portamento della pianta.
Paphiopedilum delenatii, è una specie endemica del Vietnam dove cresce a una quota che va dai 750 ai 1500 metri di altitudine, con temperature comprese tra i 19° e i 25° C. Anche in questo caso le temperature sono perfette per la coltivazione casalinga. È una pianta molto bella e compatta, il fiore è tondeggiante e ne esistono tre varianti con colorazione diversa: oltre alla forma tipo, si trova la variante vinicolor, con labello e staminodio di colore violaceo intenso ed infine la forma albinistica, completamente bianca, con una sfumatura gialla sullo staminodio.
Paphiopedilum micranthum, che è endemico in Cina e in Vietnam, cresce dai 600 ai 1700 metri sul livello del mare, con temperature che variano dai 9° ai 20° C, quindi in coltivazione gradisce un inverno con temperature più fresche. Una delle caratteristiche di questa specie è quella di emettere stoloni, che formeranno nuove piante.
Paphiopedilum godefroyae, cresce in Thailandia dal livello del mare fino ai 100 metri di altitudine, con temperature comprese tra 25° e 29° C. Preferisce substrati calcarei, o comunque molto drenanti. In coltivazione bisogna tener presente questa caratteristica e garantire anche una buona ventilazione, perché è una specie che molto facilmente presenta marciumi. Il Paphiopedilum godefroyae varietà leucochilum è una forma che troviamo in natura, ma l’uomo, dopo anni di selezione e miglioramento genetico, è riuscito ad ottenere un fiore caratterizzato da dimensioni molto maggiori rispetto alla variante naturale e con un sepalo dorsale e petali più appiattiti. Esiste anche una variante di Paphiopedilum godefroyae vararità leucochilum con il labello completamente bianco, a volte detto Paphiopedilum leucochilum, denominazione errata in quanto non è una specie ma semplicemente una variante cromatica.
Ibridi di Paphiopedilum: primari, secondari e standard complex Gli ibridi primari sono incroci tra due specie, ad esempio il Paphiopedilum Maudiae è composto dal Paphiopedilum callosum (50%) dal Paphiopedilum lawrenceanum (50%). In un ibrido primario è semplice riconoscere gli ascendenti; riferendosi sempre al Paphiopedilum Maudiae il portamento dei petali è affine al Paphiopedilum lawrenceanum, il sepalo dorsale è più appiattito rispetto al lawrenceanum e la colorazione è la media tra i due genitori.
Gli ibridi secondari sono incroci tra ibridi primari e specie, cioè sono un incrocio fra tre specie; prendiamo come esempio il Paphiopedilum Makuli: è un incrocio tra Paphiopedilum Maudiae e Paphiopedilum sukhakulii, ovvero questo ibrido è un incrocio formato da: Paphiopedilum sukhakulii (50%), Paphiopedilum callosum (25%) e Paphiopedilum lawrenceanum (25%). Anche in questo caso la discendenza è una media tra le tre specie, però nel Paphiopedilum Makuli il sepalo dorsale è più piccolo e la puntinatura sui petali è dovuta all’ibridazione con il Paphiopedilum sukhakulii.
Gli ibridi complessi o Standard complex si ottengono quando l’ibridazione viene fatta con più di tre specie. L’esempio questa volta è il Paphiopedilum Emerald Future, una pianta bellissima, ottenuta dopo decenni di ibridazione, composta da ben 11 ascendenti: Paphiopedilum spicerianum (15,05%), Paphiopedilum villosum (9,15%), Paphiopedilum villosum var. boxallii (4,31%), Paphiopedilum druyi (1,36%), Paphiopedilum superbiens (0,78%), Paphiopedilum bellatulum (0,76%), Paphiopedilum fairrieanum (0,71%), Paphiopedilum callosum (0,39%), Paphiopedilum lawrenceanum (0,39%), Paphiopedilum insigne (39%), Paphiopedilum malipoense (25%) più un residuo non noto. Gli ibridi standard complex di colore giallo sono molto ricercati in Giappone e le loro linee di ibridazione sono rivolte a cercare il miglior colore e la maggiore grandezza del fiore. In particolare, la famiglia Takahashii, proprietaria della Tokio Orchids nursery, uno dei migliori produttori di Paphiopedilum al mondo, ha vinto per ben due volte la medaglia d’oro al Japan Grand Prix: nel 2016 con il Paphiopedilum Emerald Future ‘Galaxy’ e nel 2019 con il Paphiopedilum Emerald Gate ‘Green Globe’. Yasumasa Takahashii ha speso la maggior parte della sua vita per ottenere questi ibridi: le dimensioni del fiore, davvero notevoli, e la totale mancanza del colore bianco nel sepalo dorsale fanno del Paphiopedilum Emerald Gate ‘Green Globe’ un esemplare meraviglioso.
Tra i tanti ibridi complessi (standard complex) presenti in commercio, si notano il Paphiopedilum Lippewunder e il Paphiopedilum Winston Churchill ‘Redoutable’. Il Paphiopedilum Lippewunder, creato negli anni Ottanta, è una pianta con un fiore stupendo e, nonostante i suoi numerosi ascendenti, ha delle caratteristiche che lo rendono facilmente riconoscibile tra gli ibridi standard complex: sono notevoli le striature orizzontali, tramandate direttamente dal Paphiopedilum druyi che sono ulteriormente sottolineate dall’influenza del Paphiopedilum villosum e del Paphiopedilum spicerianum. L’ampiezza del dorsale invece è data dal Paphiopedilum charlesworthii e dal Paphiopedilum insigne. Questa ibridazione è durata decenni e non si conoscono con precisione tutti gli ascendenti; per questo motivo la propagazione avviene impollinando due esemplari di Paphiopedilum Lippewunder tra loro (sybil cross), con risultati però non sempre certi. La propagazione può essere fatta anche per meristema, ma questa comporta tempi molto lunghi e, anche in questo caso, non è garantita la stabilità a livello di forma del fiore.
Il Paphiopedilum Winston Churchill ‘Redoutable’ è un ibrido storico, già negli anni Settanta aveva ricevuto un premio FCC (First Class Certificate) da parte dell’American Orchid Society. In questa pianta è netta l’influenza del Paphiopedilum callosum, del Paphiopedilum insigne e del Paphiopedilum boxallii. In questo incrocio è particolarmente bello il sepalo dorsale di colore bianco, che è il frutto di un lungo processo di selezione.
Tra gli ibridi primari è già stato citato il Paphiopedilum Maudiae grex, che è un ibrido molto conosciuto e apprezzato dai coltivatori. In generale le orchidee ibride vengono denominate usando l’epiteto “grex”. Ad esempio, due specie di orchidee vengono incrociate per creare una nuova pianta, il nome grex viene assegnato solo agli ibridi risultanti da quello specifico incrocio. Questo sistema di denominazione utilizzato per tenere traccia delle orchidee ibride e della loro genealogia. Ogni grex avrà caratteristiche uniche: se lo stesso viene rifatto, prenderà l’epiteto “remake”.
Il Paphiopedilum Maudiae, non necessariamente “grex”, si può trovare in commercio in quattro colorazioni diverse: Paphiopedilum Maudiae Green, che è ottenuto dall’ibridazione del Paphiopedilum callosum forma alba e del Paphiopedilum lawrenceanum forma alba; essendo entrambi gli ascendenti nella forma alba, si è ottenuto un fiore verde su fondo bianco ed è scomparsa la pigmentazione rossa. Il Paphiopedilum Maudiae coloratum, invece, è un incrocio dei due ascendenti nella loro forma tipo, mentre per il Paphiopedilum Maudiae vinicolor i due genitori sono stati scelti in una forma molto pigmentata, così si è riusciti ad ottenere un fiore con un colore così intenso, in pratica un incrocio contrario al Paphiopedilum Maudiae Green. Il Paphiopedilum Maudiae Yellow, è stato creato solo tre anni fa e non è ancora stato commercializzato in Europa; il colore giallo è molto delicato, sicuramente un incrocio con due forme alba, ma con un risultato molto diverso rispetto al Paphiopedilum Maudiae Green, in cui è da notare anche lo stelo di un tenue color giallo.
Il Paphiopedilum Maudiae è un ibrido così apprezzato e di così facile coltivazione che si è creato praticamente un gruppo di Paphiopedilum, detto Maudiae Type (Tipo Maudiae), un nome estremamente generico, che raggruppa piante che hanno ascendenti e forma che ricordano il Paphiopedilum Maudiae. In commercio troviamo centinaia di piante diverse, tra cui:
Paphiopedilum Schaetzchen (Paphiopedilum Maudiae x Paphiopedilum charlesworthii), è un ibrido secondario creato da A. Röhl nel 1974. Da notare la colorazione del sepalo dorsale ereditato dal Paphiopedilum charlesworthii.
Paphiopedilum Laser (Paphiopedilum Red Sky x Paphiopedilum Red Maude), che è un incrocio del 1994 di Orchid Zone, una nursery americana molto importante, che ha cessato l’attività pochi anni fa.
Paphiopedilum Claire de Lune (Paphiopedilum Emerald x Paphiopedilum Alma Gevaert), un ibrido storico, creato da Sanders (St. Albans) nel 1927, che è praticamente un re-incrocio del Paphiopedilum Maudiae, ma ibridato con ascendenti invertiti e in momenti diversi rispetto al Paphiopedilum Maudiae classico.
Paphiopedilum Shin-Yi Heart (Paphiopedilum Shin-Yi Pie x Paphiopedilum Flame Heart). Questo incrocio è nato nel 2004 per mano di Ching Hua, ha fiori molto grandi e colorati e si trova abbastanza facilmente in vendita nelle mostre quando sono presenti venditori asiatici.
Ibridi di Paphiopedilum con fioriture sequenziali Il più famoso tra questi ibridi è sicuramente il Paphiopedilum Pinocchio, creato da Marcel Lecoufle e registrato nel 1997: è un ibrido primario dato dall’incrocio tra il Paphiopedilum primulinum e il Paphiopedilum glaucophyllum. Entrambe le specie fanno parte della sezione Cochlopetalum, quindi portano fioriture in sequenza, con un massimo di due fiori aperti contemporaneamente. Un ibrido molto bello è anche il Paphiopedilum Pinocchio ‘Anita’, pianta di Detlef Frenzel, esposta nella mostra di “Varese Orchidea” del 2019, quando la pianta è stata premiata, con giudizio al tavolo, dal Certificato di Merito alla coltivazione (86 punti), da parte del sistema di giudizio della Società Felsinea di Orchidofilia APS. In questo esemplare sono notevoli la simmetria, il labello prominente e molto pigmentato, il dorsale ampio e piatto ed i petali larghi. Il nome clonale ‘Anita’ è un omaggio alla signora Frenzel.
Altri esempi di ibridi con fioritura sequenziale:
Paphiopedilum Delophyllum (Paphiopedilum delenatii x Paphiopedilum glaucophyllum), registrato nel 1940 dall’azienda Black & Flory; questo ibrido può portare da uno ad un massimo di tre fiori e mai contemporaneamente, perché ha tra i genitori il Paphiopedilum delenatii, che tende ad averne solo uno, o al massimo due per stelo.
Paphiopedilum Golddollar (Paphiopedilum primulinum x Paphiopedilum armeniacum) un incrocio creato da H. Doll nel 1988. Il Paphiopedilum armeniacum dona a quest’ibrido il bellissimo colore giallo intenso, che domina totalmente la colorazione del Paphiopedilum primulinum. Questa pianta purtroppo è difficile da reperire in commercio.
Paphiopedilum Envy Green (Paphiopedilum malipoense x Paphiopedilum primulinum), un ibrido fatto da Y. Murakami nel 1996, il cui fiore è molto simile alla forma del Paphiopedilum Golddollar, ma qui predomina il colore verde, dato dal Paphiopedilum malipoense.
I nuovi ibridi La legge di mercato della domanda e dell’offerta vale anche per il mondo orchidofilo; in questi ultimi anni si è alla ricerca di specie e ibridi di dimensioni minori, più facilmente gestibili nella coltivazione casalinga. Nel genere Paphiopedilum, oltre a piante molto grandi, ne esistono alcune che hanno dimensioni molto contenute: Paphiopedilum helenae, Paphiopedilum canhii, Paphiopedilum rungsuriyanum e Paphiopedilum thaianum; su queste specie si sta lavorando a nuove linee di ibridazione, usando soprattutto il Paphiopedilum canhii e il Paphiopedilum rungsuriyanum, due specie che sono state scoperte recentemente.
Di seguito alcuni esempi di ibridi con il Paphiopedilum canhii come genitore:
Nel 2016 Popow registra il Paphiopedilum Sukhacanh (Paphiopedilum sukhakulii x Paphiopedilum canhii);
Nel 2017 Franz Glanz crea il Paphiopedilum Wössner Zwergflammerl (Paphiopedilum Jac Flash x Paphiopedilum canhii). Notevole anche l’incrocio del Paphiopedilum callosum x Paphiopedilum canhii. Tutte queste piante sono fiorite in vasi con diametro di 5/6 cm e spesso il fiore è più grande della pianta stessa.
Altro nuovi ibrido, questa volta con ascendente il Paphiopedilum concolor: Paphiopedilum Osvaldo Rozzo (Paphiopedilum concolor x Paphiopedilum canhii) è un ibrido con 10 cm di apertura fogliare, il giallo fluorescente del labello crea un bel contrasto con il rosso dei petali e del dorsale. Questa pianta è stata comprata da Osvaldo alcuni anni fa in Inghilterra, al momento della fioritura si è reso conto che la sua pianta era la prima a fiorire nel mondo, ha cercato in tutti i modi di risalire al produttore, ma non avendolo trovato, ha potuto registrare la pianta a suo nome.
Paphiopedilum canhii x Paphiopedilum primulinum: nella foto vediamo la chiave accostata alla pianta per rendere l’idea delle reali dimensioni di questo ibrido primario. Il Paphiopedilum primulinum ha un fiore abbastanza piccolo, che si sviluppa però su una pianta abbastanza grande, invece il Paphiopedilum canhii ha un fiore più grande rispetto alle dimensioni contenute della pianta. In questo incrocio l’ibridatore è riuscito quindi ad ottenere il massimo dalle due specie: un fiore più grande rispetto alle dimensioni molto contenute della pianta.
Prendiamo ora in esame gli ibridi di Paphiopedilum rungsuriyanum:
Paphiopedilum concolor x Paphiopedilum rungsuriyanum: i petali a 45° e il colore un po slavato sono ereditati dal Paphiopedilum concolor mentre, grazie al Paphiopedilum rungsuriyanum presenta petali di una maggiore larghezza e questo rende il fiore più apprezzabile.
Paphiopedilum godefroyae var. leucochilum x Paphiopedilum rungsuriyanum, un ibrido incredibile, con uno stelo molto corto, caratteristica di entrambi i genitori, il cui fiore sembra sbucare direttamente dal substrato. Altre particolarità del fiore: la grandezza, la pigmentazione intensa, i petali e il dorsale piatti e striature perfette nella simmetria, che risaltano sullo sfondo bianco.
Paphiopedilum Laotian Beauty (Paphiopedilum micranthum x Paphiopedilum rungsuriyanum), quest’ibrido è una media perfetta dei genitori, la forma del labello ricorda il Paphiopedilum micranthum, però in una forma mediata da entrambe le specie.
Paphiopedilum thaianum x Paphiopedilum rungsuriyanum secondo il relatore uno degli ibridi migliori prodotti con il Paphiopedilum rungsuriyanum; a differenza degli altri incroci la pianta presenta uno stelo più lungo, per cui il fiore si apprezza meglio e anche il colore è notevole: un rosa chiaro molto bello, con striature sottolineate solo nella nervatura centrale, mentre il colore del sepalo dorsale è più intenso rispetto ai petali.
A conclusione di questa breve carrellata di nuovi ibridi, è bene ricordare che per queste piante è ancora tutto in divenire, non esiste letteratura perché siamo agli albori dei processi di ibridazione, soprattutto per gli incroci fatti con il Paphiopedilum rungsuriyanum e con il Paphiopedilum canhii, due specie scoperte molto recentemente.
Coltivazione Ogni coltivatore sa che per ottenere il massimo dalle sue piante deve studiare, e cercare di riprodurre le condizioni in cui la sua pianta vive in natura. Il problema si pone quando ci troviamo a dover trattare piante che sono ibridi primari o secondari, o addirittura ibridi complessi che, come abbiamo visto, possono avere più di dieci ascendenti. Per nostra fortuna ci aiuta un fenomeno detto eterosi, o vigore dell’ibrido. In genetica l’eterosi o vigore dell’ibrido indica il miglioramento delle caratteristiche fenotipiche di un ibrido (ottenuto per incrocio di due linee pure) rispetto ai suoi genitori: ad esempio si ha l’aumento di statura, la grande fertilità, e la particolare resistenza alle malattie.
Un esempio pratico: quando si produce un ibrido primario, andiamo ad incrociare due specie diverse, quindi con due patrimoni genetici differenti, ogni nuova pianta avrà il 50% del patrimonio genetico di ciascuna specie; in questo modo si andranno a sommare le caratteristiche positive di entrambi i genitori. Le caratteristiche negative, di solito recessive e che per presentarsi devono essere in doppia coppia o omozigosi, vengono come spezzate, perciò, negli ibridi ottenuti non vengono espresse, dandoci così la parte migliore dei due ascendenti: otterremo così piante più vigorose, più semplici da coltivare e più fiorifere.
L’unico problema che si può presentare nel tempo è la cosiddetta “depressione da inbreeding”: se si continuano ad ibridare sempre le stesse piante tra loro senza immettere nuovo materiale genetico, possono tornare a manifestarsi le caratteristiche negative recessive. Un esempio è stato quello del Paphiopedilum delenatii: le prime piante provenivano da una sola stazione e per anni fu molto difficile la coltivazione perché, oltre ad essere piante poco vigorose, la loro propagazione avveniva solo per selfing. Dopo decenni fu scoperta un’altra stazione, molto distante dalla prima e anche più vigorosa; incrociando queste due diverse popolazioni, si è ottenuta la specie che tutti conosciamo, di semplice coltivazione e diffusa in tutto il mondo. Altro esempio è stato il Paphiopedilum randsii, una pianta molto difficile da coltivare e anche molto rara: di essa era stata trovata una sola stazione e con una popolazione ristretta e, continuando ad incrociarla sempre con il suo stesso polline, nel giro di decenni è diventato quasi impossibile coltivarla.
È importante sottolineare che il successo nella coltivazione dipende dalle condizioni ambientali e dal tempo che possiamo dedicare. Di seguito i suggerimenti di Osvaldo:
NON è importante un’elevata umidità ambientale. Di solito i Paphiopedilum vengono coltivati in vaso, quindi le loro radici affondano in un substrato umido, quindi l’umidità di casa, 40-50%, è sufficiente.
La granulometria del substrato va selezionata in base alle dimensioni della pianta.
La frequenza di irrigazione deve essere adattata alle condizioni ambientali, fenologiche e in base allo stato del substrato. Per “fenologico” si intendono le diverse fasi di vita della pianta. Ad esempio, alcuni Paphiopedilum che portano fiori più grandi e poco coriacei hanno bisogno di maggiori innaffiature per far crescere lo stelo e distendere i fiori stessi. Dovremo anche stare attenti allo stato del substrato: se questo è deteriorato asciugherà più lentamente e, di conseguenza, bisognerà rallentare la frequenza di irrigazione.
NON è tollerata l’acqua nelle ascelle fogliari. Questo è un dogma…per alcune specie la permanenza dell’acqua nelle ascelle può essere mortale.
Osvaldo consiglia di bagnare i Paphiopedilum per immersione per 10-15 minuti o comunque il tempo necessario perché il substrato si inumidisca bene. Anche queste indicazioni sono assolutamente generiche e si riferiscono ad una coltivazione casalinga invernale con temperature minime intorno ai 17/18° C e con temperature massime sui 20/22° C. Inoltre, l’aereazione e l’esposizione possono far variare moltissimo i parametri che seguono:
SPESSO -> ogni 2-3 giorni, se utilizziamo uno substrato molto drenate, ovvero bark addizionato con materiale inorganico che tende ad asciugare molto velocemente, (possiamo usare pomice, agriperlite, zeolite, lapillo, seramis, ecc.).
NORMALE -> 1 volta a settimana quando utilizziamo un substrato detto “standard” di solo bark oppure un substrato miscelato con bark e un 10-20% di inerte (pomice ad esempio).
POCHISSIMO -> 1 volta ogni due settimane, per alcuni tipi di Paphiopedilum è possibile utilizzare il bark con l’aggiunta di una piccola percentuale di lana di roccia, quella adatta all’agricoltura, che rimane umida a lungo.
Una sezione dei Paphiopedilum a cui bisogna prestare particolare attenzione è quella dei Brachypetalum: essi non tollerano assolutamente che le loro foglie rimangano bagnate a lungo, pena la marcescenza. Inoltre, hanno radici corte e spesse che sono molto fragili, quindi si deve prestare molta attenzione nei rinvasi che andrebbero fatti con temperature minime di 18° C per non avere problemi con le successive irrigazioni.
I Paphiopedilum più diffusi in commercio non hanno particolari esigenze per quanto riguarda il substrato, che deve essere di dimensioni adatte alla pianta e alle radici, mai però troppo fine. Come detto prima, il substrato standard è composto da solo bark o da una mescolanza formata da 70-80% di bark con 20-30% di materiale inorganico. Meglio preferire i vasi trasparenti, in quanto ci permettono di avere sempre a vista le radici. Per quanto riguarda i rinvasi, il consiglio classico è quello di controllare la degradazione del substrato, ma un piccolo trucco suggerito da Osvaldo è anche il controllo dello sviluppo delle foglie; se le nuove foglie mature sono molto più strette delle precedenti, vuol dire che c’è un problema a livello radicale e quindi, può essere necessario un rinvaso o almeno un controllo delle radici stesse.
Usare un concime con fattori di NPK (N -> Azoto. P -> Fosforo. K -> Potassio) di 15-5-15 o un bilanciato 20-20-20. In entrambe le formule è importante che il concime contenga anche calcio, magnesio e microelementi. Come per tutte le orchidee, ma soprattutto per i Paphiopedilum, il concime va sciolto in acqua piovana o da osmosi inversa, aggiungendolo gradualmente fino ad arrivare ad una conducibilità elettrica pari a 150/200 µS per litro; possiamo concimare ad ogni innaffiatura (fertirrigazione) o con la cadenza che preferiamo, è importante però seguire il metabolismo della pianta, quindi concimare alla ripresa vegetativa, sospendere se troppo caldo, ecc.
Mensilmente è bene somministrare 1 g/L di Solfato di Magnesio (nelle farmacie Sali di Epsom) e, alla ripresa vegetativa, di solito alla fine estate ed all’inizio primavera, possiamo concimare con 1 g/L di nitrato di calcio e, volendo, innaffiare anche con Biostimolanti. Osvaldo somministra i biostimolanti solo in questi due periodi, perché teme che un uso eccessivo potrebbe danneggiare piante che, come i Paphiopedilum, hanno un metabolismo molto lento. Nella coltivazione casalinga la luce deve essere intensa almeno quanto quella delle Phalenopsis.
Le piante di Osvaldo Osvaldo coltiva soprattutto Paphiopedilum del subgenere Polyantha che hanno come caratteristica fioriture multi-floreali. Nella sua collezione sono presenti diversi Paphiopedilum rothschildianum che da molti è considerata la più bella orchidea al mondo. Osvaldo coltiva anche ibridi di Paphiopedilum rothschildianum: Paphiopedilum Johanna Burkhardt, ibrido primario tra Paphiopedilum rothschildianum x Paphiopedilum adductum varietà anitum (di questa pianta è particolare il dorsale quasi nero, dovuto all’incrocio con la varietà anitum); Paphiopedilum Saint Swithin (Paphiopedilum rothschildianum x Paphiopedilum philippinense). Attualmente un progetto di Osvaldo è un incrocio tra due suoi Paphiopedilum rothschildianum. L’obiettivo di questo incrocio è ottenere un fiore con un dorsale tondeggiante ed un labello con una pigmentazione più marcata.
Una specie molto rara in coltivazione e di cui Osvaldo è giustamente fiero: il Paphiopedilum platyphyllum, originariamente descritto come Paphiopedilum stonei var. latifolium, in quanto ha foglie più larghe rispetto alla forma tipo, da cui differisce anche per la colorazione del petalo dorsale che, rispetto a quello del Paphiopedilum stonei che ha il sepalodorsale bianco, presenta una colorazione più beige. Nel 2001 i tassonomisti si sono accordati per denominare questa pianta come specie, appunto il Paphiopedilum platyphyllum.