Paphiopedilum, Brachypetalum e Parvisepalum, specie e ibridazione

CONFERENZA di Alessandro Valenza, trascritta da Daniele Menotti Pratesi

ORCHIS vol. speciale 2023, pp. 44-53.

Riassunto: Conferenza di Alessandro Valenza, Varese Orchidea 2023, venerdì 8 settembre 2023. Presenta, all’interno del genere Paphiopedilum, i gruppi classificati come Parvisepalum e Brachypetalum, illustrandone le caratteristiche, gli habitat, i metodi di coltivazione e il rendimento che queste orchidee hanno in ibridazione.

Abstract: Alessandro Valenza’s conference at Varese Orchidea 2023, Friday, September 8, 2023. He presents, within the Paphiopedilum genus, the groups classified as Parvisepalum and Brachypetalum, illustrating their characteristics, habitats, cultivation methods, and the performance these orchids exhibit in hybridization.

Il genere Paphiopedilum comprende al suo interno due gruppi noti come Parvisepalum e Brachypetalum.

Paphiopedilum Parvisepalum

Il primo include specie che crescono nel Sud della Cina, tranne un’unica specie – il Paphiopedilum delenatii – originaria del Vietnam. Quest’ultimo è stato per la prima volta importato in Europa all’inizio del Novecento da Lecoufle, il quale riuscì a riprodurre da un singolo esemplare varie piante, pur con estrema difficoltà ; all’inizio degli anni Novanta, invece, la scoperta di nuove colonie portò a un miglioramento degli esemplari in commercio grazie a ibridazioni dalla genetica più ampia, con una coltivazione divenuta conseguentemente più semplice grazie all’aumentata adattabilità alle condizioni in serra/domestiche. I Parvisepalum sono orchidee che in natura vivono come litofite in ambiente ricco di calcio, in un equilibrio di condizioni – per esempio di temperatura, ricircolo d’aria, mix di nutrienti – decisamente particolari, a causa delle quali varie specie di questo gruppo (Paphiopedilum emersonii, Paphiopedilum hangianum, Paphiopedilum vietnamense) sono molto lente in coltivazione, proprio perché non si è ancora trovato un metodo valido per farle sviluppare adeguatamente in serra ; fa eccezione appunto il Paphiopedilum delenatii, con le sue varianti album e vinicolor.

Il Paphiopedilum delenatii è interessante anche per la screziatura delle foglie e la resa in ibridazione. In tal senso è stato emblematico l’arrivo in coltivazione di esemplari dalla genetica migliorata, che ha “corretto” alcune difficoltà nel portare a fioritura ibridi celebri come il Paphiopedilum Delrosi (Paphiopedilum delenatii Paphiopedilum rothschildianum), la cui precedente produzione dava non pochi problemi agli appassionati. Anche il Paphiopedilum armeniacum, dal colore giallo e dal fiore grande rispetto alla pianta, in ibridazione dà ottimi risultati poiché consente di creare Paphiopedilum complessi (alias i cosiddetti “ibridi americani”) dal fiore enorme; è difficile invece da far fiorire come specie botanica, in quanto necessita di tantissima areazione attorno alle radici. In tal senso ha dato ottimi risultati la collocazione in cestello appeso, unita a un substrato a pezzatura abbastanza grossa che includa il di materiale calcareo e altri componenti che invece trattengano acqua (sfagno, lana di roccia). L’ambiente di origine di queste piante – Cina, Vietnam, Nord del Myanmar – si trova ad altitudini elevate (anche metri di altitudine) ed è caratterizzato da umidità costante, con l’unica eccezione di un periodo asciutto che corrisponde al riposo invernale di circa uno/due mesi, durante il quale le minime notturne si attestano attorno agli : tale riposo è fondamentale per l’induzione a fiore e per evitare, nel lungo periodo, il deperimento della pianta. Anche Paphiopedilum malipoense in ibridazione si comporta in modo simile a Paphiopedilum armeniacum, tanto che negli ultimi tre anni gli esemplari vincitori di concorsi internazionali erano tutti derivati proprio da questi ultimi due Paphiopedilum. Il Paphiopedilum micranthum è invece di più facile coltivazione e può essere collocato a temperature più alte, ma anche lui necessita di un riposo fresco e asciutto. I sopracitati Paphiopedilum emersonii e Paphiopedilum hangianum si rinvengono in natura più in prossimità della fascia equatoriale, in habitat con temperature maggiori in cui sperimentano comunque stagionalità molto marcate, soprattutto in termini di precipitazioni. Questo delicato equilibrio, insieme ad altri fattori non ancora del tutto compresi, è probabilmente all’origine della disparità che queste orchidee presentano nei tempi di crescita fra natura e serra (questi ultimi decisamente più lunghi, superiori di tre volte e più). Si è comunque osservato che, in natura, queste orchidee vivono su pareti calcaree degradate, lungo le quali scorrono ingenti quantità di acqua contenenti innumerevoli sostanze nutritive che vengono intercettate dalle radici. Non è un caso che oggi il maggior produttore al mondo di queste piante è Taiwan, ove i coltivatori bagnano in modo copioso e per tempi lunghi. Se vogliamo tentare di replicare questo fenomeno in casa, dovremo concimare costantemente a dosi molto basse e bagnare in modo abbondante garantendo il drenaggio, così da dare alle piante le sostanze nutritive di cui hanno bisogno evitando al contempo pericolosi accumuli nel substrato. Va prestata invece particolare attenzione alla somministrazione di nitrati e materiali organici in genere, in quanto il loro assorbimento è fortemente influenzato dalle temperature calde e dal fotoperiodo : ciò significa che specie come Paphiopedilum delenatii potranno assorbirne quantità costanti quasi lungo l’intero corso dell’anno, mentre le specie originarie di aree con un più marcato periodo di riposo freddo e asciutto non devono ricevere questo tipo di sostanze quando non si trovano nel pieno della stagione vegetativa. Riassumendo, dal punto di vista delle temperature possiamo dire che Paphiopedilum armeniacum e Paphiopedilum micranthum sono piante altamente stagionali, da serra fredda in inverno e calda d’estate; Paphiopedilum emersonii, Paphiopedilum hangianum e Paphiopedilum malipoense sono da serra intermedia-calda, con riposo invernale più blando e più asciutto, senza tuttavia mai asciugarsi completamente; Paphiopedilum delenatii sarà da collocarsi in serra calda, in condizioni simili al genere Phalaenopsis, con un fotoperiodo più regolare nel corso dell’intero anno. Paphiopedilum armeniacum, Paphiopedilum micranthum e Paphiopedilum malipoense possono inoltre esser coltivati in cestelli sospesi, data la loro tendenza stolonifera. Per concludere il discorso sui Parvisepalum, va detto che non vi sono state scoperte recenti di nuove specie appartenenti a tale gruppo.

 

Paphiopedilum Brachypetalum

Il gruppo dei Brachypetalum annovera specie celebri come Paphiopedilum concolor, Paphiopedilum bellatulum, Paphiopedilum leucochilum, Paphiopedilum godefroyae, Paphiopedilum thaianum, Paphiopedilum niveum. Sono specie compatte, dai fiori cerosi e di buona durata. Tranne il Paphiopedilum concolor, che ha un’areale più diffuso e quindi variabile, si tratta di specie da clima caldo, con l’eccezione di Paphiopedilum bellatulum che predilige temperature un pochino più basse. Le orchidee di questo gruppo si caratterizzano per una crescita più veloce dei Parvisepalum e sono molto popolari in Asia. Anch’essi crescono su supporti calcarei e deteriorati, sebbene vivano bene anche in substrati misti. Tutti i Brachypetalum hanno la capacità di immagazzinare molta acqua e nutrienti all’interno dei tessuti, il che li rende più tolleranti verso periodi di carenza idrica o nutritiva. Molto resistente è Paphiopedilum niveum, che in natura cresce sulla cima di scogliere a picco sul mare ed è quindi abituato non solo a temperature elevate, ma anche a una certa salinità (che pare riduca anche i rischi di infezione fungina) e a concentrazioni maggiori di nutrienti (in quanto il caldo accelera la decomposizione nei substrati, e riceve inoltre resti organici dalla deiezione degli uccelli costieri). Tranne il Paphiopedilum concolor e il Paphiopedilum bellatulum, tutti questi Paphiopedilum possono essere coltivati benissimo assieme al genere Cattleya dato che ne condividono le stesse condizioni ambientali in termini di temperatura, fotoperiodo (circa ore) e metodo di irrigazione. Come anticipato, il Paphiopedilum bellatulum presenta qualche differenza: preferisce temperature più basse di notte (le massime diurne non sono un problema) e un riposo invernale più fresco. Deve asciugare fra un’irrigazione e l’altra e, durante il riposo invernale, avrà bisogno di una riduzione dell’acqua somministrata. Se coltivata in modo ottimale, nel rispetto del periodo del riposo e delle minime notturne, questa specie è in grado di accestire molto bene nel giro di pochi anni.

Paphiopedilum concolor è la specie con l’areale più ampio in assoluto, il che ha spinto gli autori a descriverne spesso più varietà (per esempio var. striatum e var. longipetalum, quest’ultima recentemente riclassificata come specie a sé stante col nome di Paphiopedilum josianae) e forme (forma chamburi). La sua morfologia è difatti molto variabile, per esempio con foglie che spaziano dai ai cm di lunghezza a seconda del luogo d’origine, nonché sensibilmente diverse in termini di carnosità. Questa variabilità si riscontra anche nei tratti cromatici, tanto che negli anni sono sorte spesso diatribe sulla nomenclatura e nell’individuazione di nuove specie o varietà. Di recente scoperta () è Paphiopedilum myanmaricum, originario della parte inferiore del Myanmar. Il Paphiopedilum godefroyae è particolarmente riprodotto e ibridato con Paphiopedilum myanmaricum in Thailandia, molto probabilmente già da molti anni prima della descrizione ufficiale di quest’ultimo. Il Paphiopedilum godefroyae cresce dal livello del mare a metri di altitudine e in modo rapido, arrivando a maturità prima dei due anni di vita. È molto popolare in Thailandia, soprattutto nell’area di Bangkok, dove esistono club e associazioni dedicati esclusivamente a questa specie e dove essa viene impiegata addirittura come foraggio per bovini. Negli ultimi anni c’è stato un boom nella coltivazione e selezione di questa specie, con notevole miglioria delle dimensioni e dei caratteri estetici del fiore. Paphiopedilum godefroyae e Paphiopedilum leucochilum sono a volte considerati specie distinte (il primo a base tendente al giallo pallido, il secondo a base bianca senza puntinature sul labello), ma vari autori tendono a considerarli varianti della medesima specie (ove Paphiopedilum leucochilum sarebbe una varietà di Paphiopedilum godefroyae) vista l’assenza di differenze genetiche rilevanti. La discussione è ancora aperta, soprattutto perché alcune selezioni giapponesi di Paphiopedilum a opera di Hiroyuki Iamaguchi, presentano petali, sepali e labello quasi tutti rosso profondo/nero. La genealogia di questi esemplari testimonia infatti l’effettiva esistenza di esemplari di Paphiopedilum leucochilum dal labello non bianco, il che inficia quindi uno dei caratteri distintivi di questa “specie” (leucochilum significa per l’appunto “dal labello bianco”). Similmente, vari produttori in Thailandia hanno ottenuto risultati simili, con fiori totalmente colorati (in una tonalità più rossa rispetto alla versione giapponese) senza labello bianco, mettendo ulteriormente in dubbio il fatto che il Paphiopedilum leucochilum possa davvero essere considerato una specie a sé stante rispetto a Paphiopedilum godefroyae. Questa variabilità cromatica è stata definitivamente accertata grazie a test genetici su tali esemplari selezionati, che hanno escluso l’utilizzo di altri Paphiopedilum (quali per esempio il Paphiopedilum callosum ‘Jack’) nel processo di ibridazione per ottenere dominanti colorate.