Il genere Epidendrum

CONFERENZA trascrizione a cura di Eleonora Manuzio

Da ORCHIS, NUMERO 1, anno 2025, pp. 46-55

Riassunto: Abstract del webinar tenuto da Paola Baistrocchi il 7 marzo 2025. Il contributo introduce il vasto e complesso genere Epidendrum, con centinaia di specie soprattutto nelle Americhe e un centro di diversità in America Latina. Si evidenziano la straordinaria variabilità morfologica (portamenti cespitosi, rampicanti, simpodiali), gli adattamenti ecologici e gli impollinatori. Una sezione è dedicata alla coltivazione in collezione (substrati, luce, ventilazione, gestione dell’acqua) e agli errori più comuni da evitare. Il testo sottolinea il valore tassonomico del genere e le sue potenzialità per appassionati e collezionisti, con esempi di specie rappresentative.

Abstract: Webinar held by Paola Baistrocchi on March 7, 2025. The contribution introduces the vast and complex genus Epidendrum, encompassing hundreds of species, mainly in the Americas with a diversity center in Latin America. It highlights the remarkable morphological variability (clumping, climbing, sympodial habits), ecological adaptations and pollinators. A dedicated section covers cultivation in collections (substrates, light, airflow, water management) and common mistakes to avoid. The text emphasizes the genus’ taxonomic value and its appeal for enthusiasts and collectors,with examples of representative species.

I I genere Epidendrum fu istituito nel 1763 da Carlo Linneo (1707-1778), biologo e accademico svedese, nonché creatore della nomenclatura binomiale. La sua classificazione rispondeva alla necessità di catalogare le numerose orchidee scoperte fino a quel momento, che differivano notevolmente dalle piante conosciute all’epoca in Europa. Riconosciuto come il padre della tassonomia moderna, Linneo ha permesso di superare le lunghe descrizioni fisiche precedentemente utilizzate per identificare una pianta; il suo sistema di classificazione si basa sul concetto di genere, cioè le caratteristiche generiche condivise da un gruppo di individui, e sulla specie, che identifica le peculiarità specifiche di ogni soggetto. Grazie al suo contributo, è possibile individuare ogni essere vivente con precisione, riducendo significativamente il margine di errore. All’epoca si presentò, però, il problema che queste piante provenienti dall’altro lato dell’oceano non somigliavano ad alcuna delle piante già conosciute; la maggior parte, ad esempio, erano epifite, e mostravano caratteristiche tra loro diverse. Per superare questo ostacolo, Linneo istituì il genere Epidendrum, un termine derivato dal greco che significa “sull’albero”, poiché la maggior parte di esse cresceva sui tronchi o sui rami degli alberi. Nel corso del tempo, questo macro-contenitore incluse anche generi come Cattleya, Barkeria, Catasetum e persino Vanilla che, com’è noto, cresce con le radici nel terreno. Tuttavia, con l’avanzare delle conoscenze scientifiche e l’introduzione di strumenti di sezionamento ed osservazione sempre più avanzati, molte di queste piante furono riclassificate e separate in generi distinti. La svolta per questo genere si verificò nel 1975 a Leningrado, durante il Congresso internazionale di botanica, quando Eric Hagsater, botanico e ricercatore messicano nonché esperto mondiale del genere Epidendrum, delineò le caratteristiche distintive del genere, che all’epoca comprendeva ancora 2500 specie, utilizzando come specie di riferimento l’Epidendrum nocturnum. Successivamente, con l’avvento delle analisi del DNA, ci furono ulteriori cambiamenti e, attualmente, il POWO, acronimo di “Plants of the World Online”, database tassonomico creato dai Royal Botanic Gardens di Kew a Londra, riconosce 1882 specie accertate e 31 sinonimi.

Distribuzione Le orchidee di questo genere sono originarie delle Americhe, partendo dagli stati meridionali degli USA, passando per l’America Centrale fino ad arrivare all’Argentina. Gli Epidendrum prosperano in una vasta gamma di condizioni climatiche, che vanno dalle zone tropicali a quelle subtropicali e crescono a diverse altitudini. Questo genere si può trovare nelle foreste costiere, sui massicci montuosi, nelle foreste pluviali e anche sulle Ande, a quote che raggiungono i 4000 metri sopra il livello del mare. Questa molteplicità di climi e di zone geografiche di origine implica necessariamente una diversità nelle dimensioni delle piante; si possono trovare, ad esempio, specie di ridotte dimensioni come l’Epidendrum nanum o l’Epidendrum peperomia, ma esistono anche specie di grandi dimensioni, come l’Epidendrum schweinfurthianum, il cui fusto può raggiungere i quattro metri di altezza. Nelle isole Hawaii gli Epidendrum non sono originari, ma sono stati introdotti nella seconda metà del 1800 e, attualmente, si sono ben radicati e si riproducono come le specie endemiche.

Le caratteristiche morfologiche Prendendo come esempio il fiore dell’Epidendrum melanoporphyreum, si possono evidenziare alcune caratteristiche distintive di questo genere. La prima caratteristica è la fusione della colonna e del labello in un unico elemento lungo tutta la loro estensione. La seconda caratteristica è la presenza di un cuniculus, o nettario, stretto e lungo, che fa immaginare che l’impollinazione avvenga prevalentemente da parte di lepidotteri, microlepidotteri, tipule, ma anche da colibrì. Terza caratteristica, nonché elemento più significativo e rappresentativo di questo genere, è il rostello, il cui scopo è la separazione dell’antera maschile dallo stigma femminile. Ogni fiore di orchidea è dotato del rostello, che può assumere forme differenti, più o meno allungate, appuntite o a forma di tettoia, e che ha la funzione di rendere impossibile o estremamente difficile l’autoimpollinazione del fiore. Nel genere Epidendrum, il rostello presenta una fessura longitudinale rispetto alla colonna. Questa peculiarietà, oltre a rappresentare una caratteristica distintiva, è anche una strategia evolutiva della pianta, già osservata da Darwin nel 1862. La formazione di questa fessura avviene pochi giorni prima dell’apertura del bocciolo e il materiale che occupava lo spazio della fessura si scioglie in una sostanza viscosa, un viscidium semi-liquido, che aumenta la collosità dell’intera area. Quando l’insetto pronubo atterra sul fiore per cercare il nettare, la sua proboscide, o il becco, nel caso dei colibrì, entra in contatto con il viscidium e questo meccanismo trattiene l’insetto, costringendolo a divincolarsi. Con tali movimenti, l’insetto rimuove il cappuccio dell’antera e trasporta via il pollinario, completando o efficacemente efficacemente il il s suo compito; nel caso, invece, avesse trasportato le masse polliniche da un altro fiore, queste si depositerebbero sullo stigma, completando così il processo di impollinazione. La quarta caratteristica concerne i pollinei: gli Epidendrum generalmente ne presentano due o quattro, sebbene raramente possano averne anche otto (ad esempio, l’Epidendrum noramesae, descritto da Hagsater nel 2010, è una delle rare specie di questo genere che porta otto pollinei).

Gli insetti pronubi Gli insetti impollinatori degli Epidendrum includono lepidotteri diurni e notturni, tipule e colibrì. Questi pronubi sono attirati dagli odori, dai colori e dalla possibilità di succhiare il nettare, sebbene non tutte le specie di Epidendrum lo producano. La distinzione tra specie nettarifere e non nettarifere è oggetto di uno studio approfondito. Secondo questa ricerca, tale differenziazione sembra essere iniziata nel tardo Miocene, circa 12 milioni di anni fa, in concomitanza con l’innalzamento delle Ande e delle aree circostanti. Alcune piante, non solo gli esemplari che daranno origine alle future specie di Epidendrum non nettariferi, ma anche alcune Cymbidiinae e Pleurothallidinae, si ritrovarono improvvisamente a crescere ad altitudini più elevate. Queste nuove zone presentavano condizioni ostili, con significative variazioni climatiche, e gli impollinatori non erano più disponibili o non erano presenti in numero sufficiente per garantire la riproduzione delle piante in tali ambienti sfavorevoli. Per tale motivo le piante avrebbero messo in atto una strategia basata sulla necessità di adattarsi a un ambiente nuovo e ostile. Per sopravvivere e riprodursi, era essenziale comprendere e rispondere alle nuove condizioni, risparmiando energie nel processo; infatti, se in precedenza le piante producevano nettare per attirare gli impollinatori e polline per la riproduzione, in quel nuovo contesto smisero di produrre nettare, che richiedeva molte energie, e utilizzarono la strategia dell’inganno, ovvero cercare di imitare le piante presenti attraverso l’uso di forme, colori e profumi simili, facendo credere agli insetti di essere la stessa pianta che usualmente frequentavano per l’impollinazione. In questo studio vengono comparati i fiori di Epidendrum fulgens, una specie non nettarifera, che imita in maniera straordinaria quelli della Lantana camara e della Asclepias curassavica, entrambe produttrici di nettare. Tra i pronubi diurni degli Epidendrum sono inclusi anche i colibrì e sono notevoli le immagini presenti in uno studio di Carol, dove si può osservare il colibrì Elvira cupreiceps (testa di rame) su un Epidendrum radicans e il Chlorostilbon melanorhynchus (Smeraldo delle Ande occidentali) su un Epidendrum calanthum ed è interessante notare che entrambi gli Epidendrum non producono nettare. Le falene sono i principali impollinatori crepuscolari e notturni; la Calodesma collaris è un impollinatore dell’Epidendrum densiflorum, che non produce nettare ma emette un profumo ricco di alcaloidi che vengono sintetizzati dai maschi di falena per aumentare la loro attrattiva nei confronti delle femmine. Interessante osservare lo sforzo che l’insetto deve fare nel tentativo di liberarsi dalla viscosità del rostello, compiendo movimenti a stantuffo verso l’interno del fiore per riuscire a liberarsi e impiegando oltre venti minuti prima di poter volare via con le masse polliniche che rimangono ben attaccate alla sua schiena, pronte per impollinare un altro fiore. Egli è un coltivatore esperto residente a St. Croix, nei Caraibi, e ha pubblicato fotografie di un Epidendrum ciliare su cui si è posata una Empyreuma pugione (falena maculata dell’oleandro). Questa falena ha la particolarità di somigliare alla vespa tarantola, nota per il suo morso doloroso e questa somiglianza consente all’insetto di dissuadere i predatori.
 

La coltivazione Paola Baistrocchi, che vive a Santa Marinella, nella provincia di Roma, illustra la coltivazione di diverse specie di Epidendrum nel clima locale; la sua analisi si basa su un confronto tra la propria esperienza e quella di altri coltivatori. Epidendrum nocturnum, descritto nel 1760, è la specie di riferimento del genere Epidendrum. Questa pianta è endemica nel sud-est degli Stati Uniti, in America Centrale e in Sud America, comprese le regioni dei Caraibi, delle Antille e delle Isole Cayman, estendendosi fino al Brasile, alla Bolivia e al Perù. Questa pianta cresce sia come epifita che come litofita nelle foreste pluviali, ad altezze comprese tra i 100 e i 2000 metri; questa ampia gamma di altitudini indica che si tratta di una specie adattabile in coltivazione, sebbene permanga una certa incertezza riguardo alle necessità specifiche della pianta in nostro possesso. L’Epidendrum nocturnum, insieme all’Epidendrum secundum, presenta la capacità di autoimpollinarsi; in particolare, Epidendrum nocturnum non necessita di pronubi, grazie al suo comportamento cleistogamo, che permette al fiore di autoimpollinarsi prima della completa apertura. Questa strategia risulta vantaggiosa in ambienti sfavorevoli alla presenza di insetti impollinatori, ma comporta un indebolimento del patrimonio genetico della pianta. Come tutte le specie di questo genere, Epidendrum nocturnum richiede una notevole quantità di luce e, durante la stagione invernale, è accettabile l’esposizione alla luce solare diretta. Francesco Taormina, coltivatore romano con una serra situata ad Anzio, costa laziale a sud di Roma, coltiva questa pianta all’esterno durante tutto l’anno, sotto ad un gazebo rivestito di semplici coperture in plastica che non isolano dal freddo, ma proteggono le piante dal vento e dalla pioggia e con temperature che possono toccare per breve tempo anche i 6°C notturni nei picchi di freddo, ma con una media di 8-10°C ed ampia illuminazione durante il giorno con conseguenti temperature diurne miti. Epidendrum melanoporphyreum, descritto per la prima volta da Eric Hagsater nel 1993, è una specie endemica del Perù, presente nelle foreste nebulose delle Ande ad altitudini comprese tra i 1300 e i 1500 metri. Questa pianta è la preferita di Paola per i bellissimi colori dei fiori; presenta una lunghezza complessiva di 153 centimetri, calcolata dalla base del vaso alla punta dello stelo apicale, e quindi è una pianta che ha bisogno di spazio per svilupparsi. Epidendrum melanoporphyreum appartiene alle specie denominate “a canna”, caratterizzate da fusti che ricordano quelli del bambù. Questa varietà dimostra una buona resistenza alle alte temperature del centro Italia, in condizioni di umidità relativa del 75-80% e di un’adeguata ventilazione; durante le notti invernali, si consiglia di mantenere la temperatura sopra i 18°C, con minime di 10°C. Analogamente ad altri Epidendrum «a canna», tollera anche livelli più bassi di umidità, infatti, pur producendo meno fiori e mostrando una crescita più lenta, la pianta non subirà danni letali. Durante il periodo estivo è necessario garantire un livello di umidità relativa più elevato, poiché le foglie possono disidratarsi e cadere. Il substrato di coltivazione è composto da una miscela di bark di dimensioni medie, pomice, alcuni fiocchi di sfagno e carbone vegetale; sia durante la stagione estiva che in quella invernale si raccomanda di lasciar asciugare il substrato tra un’irrigazione e l’altra, poiché la pianta non tollera un eccesso di umidità nel vaso. Nell’ambiente di coltivazione situato nel nord-ovest di Roma, caratterizzato da una bassa umidità ambientale (30% in estate) e temperature estive che raggiungono i 40 °C, risulta efficace coltivare le piante in vasi di terracotta; infatti questo materiale consente una traspirazione ottimale dell’acqua di irrigazione, evitando il surriscaldamento delle radici, al contrario dei vasi di plastica che in tali condizioni ambientali si dimostrano meno efficaci, riscaldando troppo le radici. Come già detto, anche per questa specie l’illuminazione deve essere molto intensa, simile a quella necessaria per le Cattleya; quindi, è opportuna un’esposizione diretta ai raggi del sole durante l’inverno, mentre in estate è preferibile un’illuminazione filtrata. Epidendrum capricornu è una specie endemica dell’Ecuador e del Perù, dove cresce come epifita nelle foreste nebulose fino a un’altitudine di 2700 metri. Questa specie fu descritta nel 1916 da Kraenzl. Epidendrum capricornu presenta caratteristiche simili a quelli di Epidendrum melanoporphyreum, ad eccezione della lunghezza degli steli, che rimangono più corti e condivide con quest’ultimo il metodo di coltivazione. La temperatura minima invernale consigliata per questa specie è di circa 12-13°C. Epidendrum porpax ed Epidendrum peperomia sono due specie di dimensioni ridotte con portamento tappezzante. Epidendrum porpax fu descritto da Reichenbach nel 1855 ed è endemico in tutto il Centro America, in Bolivia e in Colombia; cresce tra i 400 e i 1800 metri di altitudine sul livello del mare. All’inizio degli anni 2000, Eric Hagsater ha distinto Epidendrum porpax da Epidendrum peperomia basandosi sulla morfologia dei loro fiori: il primo presenta un labello più allungato con lobi a forma di fagiolo, mentre il secondo mostra un labello più arrotondato e cuoriforme, ed è endemico solamente di Colombia e Venezuela. Le due specie presentano identiche esigenze di coltivazione ed entrambe richiedono ambienti con elevata luminosità e alta umidità relativa; pertanto, è più semplice la coltivazione in orchidario o su kool-logs. Inoltre, quando le temperature minime sono stabili e si aggirano intorno ai 14°C è possibile procedere alla coltivazione all’aperto. Epidendrum parkinsonianum è una specie epifita descritta per la prima volta nel 1840. La sua distribuzione geografica copre Belize, Nicaragua, Costa Rica e Panama, dove cresce ad altitudini comprese tra i 1000 e i 2000 metri sul livello del mare. Questa orchidea presenta un portamento ricadente, con foglie lunghe e lanceolate. I fiori sono caratterizzati da un labello e una colonna di colore bianco, mentre i sepali e i petali mostrano tonalità verdognole o ramate, durante la notte emanano un profumo dolce e intenso; queste caratteristiche suggeriscono un’impollinazione da parte di pronubi notturni. Paola ha coltivato Epidendrum parkinsonianum in un vaso di terracotta, utilizzando un substrato composto da bark di media pezzatura, perlite, carbone vegetale e qualche fiocco di sfagno. Tuttavia, a seguito di un’infestazione di cocciniglia alle radici, è stato necessario trasferire la pianta su una zattera di sughero, garantendo un’umidità relativa dell’80% nel periodo estivo e del 65-70% durante l’inverno. Se non si gode di temperature diurne miti, è essenziale mantenere le temperature invernali per questo Epidendrum al di sopra dei 10°C notturni. Paola, nella sua pratica di coltivazione, non disponendo di una posizione costantemente soleggiata, si impegna a mantenere una temperatura media notturna di circa 13°C, con eventuali e momentanei picchi di 10 °C notturni, ed espone la pianta a una luce intensa, anche ai raggi diretti del sole nelle ore mattutine. Francesco Taormina possiede un pregiato esemplare di Epidendrum parkinsonianum, che coltiva all’aperto tutto l’anno. La pianta è posizionata sotto allo stesso gazebo esterno dell’ Epidendrum nocturnum e gode di una posizione molto soleggiata. Questa condizione permette alla pianta di non risentire delle possibili basse temperature invernali, che possono scendere anche a 6°C, poiché durante il giorno queste aumentano grazie all’irraggiamento solare. Epidendrum summerhayesii è una specie epifita endemica della Costa Rica, Colombia e Perù, che prospera nelle foreste nebulose a circa 1800 metri di altitudine; la specie è stata descritta per la prima volta da Hagsater nel 1993. Epidendrum summerhayesii fiorisce sulle nuove vegetazioni, formando spighe amaranto-bordeaux, densamente serrate, dalle cui brattee emergono fiori che rimangono aderenti alla spiga; anche questa specie è coltivata da Paola in un vaso di terracotta, utilizzando un substrato composto da bark, carbone di legna e pomice di media pezzatura. Epidendrum ciliare è stato descritto da Lindley nel 1759. Si tratta di una specie epifita, raramente litofita, diffusa in tutta l’America Centrale, nei Caraibi e in Sud America fino al Brasile, passando per le Isole Sopravento e Sottovento, Trinidad e Tobago, Ecuador e Perù. Cresce nelle foreste pluviali a un’altitudine compresa tra i 500 e i 1000 metri e richiede molta luce e temperature miti durante tutto l’anno. Per la coltivazione di questa pianta, è stato preso come riferimento lo splendido esemplare di Roberto Bagordo, che coltiva Epidendrum ciliare in una grow box con illuminazione artificiale. Le temperature medie sono mantenute tra i 15°C e i 25°C, con un’umidità relativa del 70%. L’illuminazione è intensa, paragonabile a quella richiesta per le Cattleya, mentre le irrigazioni vengono ridotte durante la stagione invernale e incrementate durante la fase di crescita vegetativa. Epidendrum macroophorum, descritta da Hagsater e Dodson nel 1999, è una specie che può essere sia epifita che litofita; questa orchidea è endemica delle regioni di Panama, Ecuador e Perù, dove prospera nelle foreste pluviali a un’altitudine compresa tra i 100 e i 2600 metri. Paola coltiva questa pianta in un cestello di legno utilizzando un substrato composto da bark, carbone e pomice di pezzatura media. Le irrigazioni vengono effettuate regolarmente durante la primavera e l’estate, mantenendo un’umidità relativa intorno all’80%, che scende al 65/70% in inverno con la diminuzione della frequenza delle annaffiature. Durante la stagione estiva la pianta riceve luce filtrata, mentre in inverno è preferibile esporla ai raggi solari diretti nelle ore mattutine. Le temperature invernali minime sono di circa 13°C, sebbene la pianta possa tollerare punte fino a 10°C. Epidendrum macroophorum è una specie che giustifica la coltivazione per le sue caratteristiche florali distintive. Il termine macroophorum deriva dal greco e significa “grande ovario”, ed infatti questo Epidendrum è caratterizzato da un ovario che misura circa trenta centimetri. Il fiore, inoltre, presenta dimensioni notevoli, raggiungendo venti centimetri in altezza e sedici centimetri in larghezza e ha la peculiarità di emanare profumo durante le ore notturne. Epidendrum difforme, fu descritto nel 1760, è una specie epifita endemica delle Isole Sopravento e Sottovento (Antille) e di Trinidad e Tobago, che prospera nelle foreste umide fino a un’altitudine di 1500 metri. Questa specie è frequentemente commercializzata montata su zattera, tuttavia è importante notare che, una volta adulta, la pianta può raggiungere dimensioni considerevoli; inoltre, se le condizioni ambientali sono favorevoli, ogni stagione essa produce tre o quattro nuove vegetazioni, ciascuna delle quali può raggiungere un metro di lunghezza. La pianta di Paola viene coltivata su zattera, in condizioni di temperatura intermedie tendenti al caldo; la temperatura minima durante il periodo invernale si aggira tra i 12 e i 14°C, mentre l’umidità relativa è compresa tra il 70% e l’80%. L’illuminazione richiesta è intensa, come per tutti gli Epidendrum, ed è equiparabile a quella della Cattleya. Durante la stagione estiva è raccomandabile una schermatura dalla luce solare, mentre nel periodo invernale sono consigliate alcune ore di esposizione diretta al sole. Epidendrum paniculatum è una specie epifita, endemica del Brasile, della Bolivia, dell’Ecuador, del Perù, del Suriname, del Venezuela e della Guyana francese; inoltre, è stata introdotta nelle Antille e a Trinidad e Tobago. Questa pianta cresce nelle foreste pluviali situate ad altitudini comprese tra i 1700 e i 2800 metri, preferendo quindi temperature tipiche di climi intermedi, ma tendenti al fresco. Paola coltiva l’ Epidendrum paniculatum in un vaso di terracotta, utilizzando un substrato composto da bark medio, carbone vegetale e perlite, prestando particolare attenzione alle elevate temperature estive tipiche del centro Italia. Per quanto riguarda l’umidità relativa, questa deve mantenersi costante tra il 70% e l’80%, mentre l’illuminazione richiesta è intensa. La temperatura minima invernale è di circa 10°C. Epidendrum criniferum è una specie originaria di Colombia, Costa Rica, Ecuador, Nicaragua, Panama e Perù. Questa pianta cresce nelle foreste pluviali situate ad altitudini comprese tra 100 e 1000 metri sul livello del mare; di conseguenza, predilige un clima caldo, con temperature invernali che non scendono al di sotto dei 16°C. Per la coltivazione dell’ Epidendrum criniferum si consiglia l’utilizzo di vasi di terracotta, impiegando un substrato composto da bark medio, carbone vegetale e perlite. Questa pianta richiede un tasso di umidità relativa intorno all’80% e luce intensa; tuttavia, è necessario prestare attenzione poiché le foglie sono particolarmente delicate. Epidendrum vesicatum è una specie originaria del Brasile, descritta per la prima volta nel 1838. Questa pianta predilige climi caldi, con temperature invernali che non devono scendere al di sotto dei 15 °C; durante l’estate l’umidità relativa deve essere mantenuta intorno all’80%, mentre in inverno dovrebbe attestarsi intorno al 70%. Inoltre, durante la stagione invernale, questa specie richiede una luminosità elevata e luce solare diretta. Epidendrum stamfordianum è una specie descritta nel 1838, ha un areale nativo che si estende dal Messico meridionale al Venezuela. Questa pianta può essere sia epifita che litofita, e cresce prevalentemente nelle ORCHIS NUMEROT ANNO 2025 foreste secche, ad altitudini che variano dal livello del mare fino a circa 800 metri. Epidendrum stamfordianum richiede un clima caldo durante tutto l’anno, con temperature invernali che non devono scendere al di sotto dei 15°C. La pianta necessita inoltre di un’illuminazione intensa, che deve essere schermata durante la stagione estiva, mentre può beneficiare di alcune ore di luce solare diretta nel periodo invernale; l’umidità relativa deve essere sempre abbastanza alta e costante, con valori compresi tra il 70-80%. Tutti gli Epidendrum presentano uno stelo che emerge dalla coppia di foglie apicali, ma la peculiarità di questa specie risiede nel ramo florale che si sviluppa alla base degli pseudobulbi; per tale caratteristica, è consigliata la coltivazione in cestello o in zattera, al fine di garantire lo spazio necessario per una corretta maturazione. Epidendrum ilense è una specie endemica dell’Ecuador, che è stata trovata nelle foreste umide a un’altitudine compresa tra 250 e 700 metri. Questa specie presenta una distribuzione estremamente limitata, localizzata principalmente nelle Montañas de Ila, da cui deriva il nome, situate nella provincia di Pichincha, Ande occidentali. Epidendrum ilense fu identificato nel 1977 dal Dr. Calway H. Dodson, all’epoca Direttore dei Selby Botanical Gardens. Durante una visita in un’area soggetta a disboscamento, il Dr. Dodson scoprì quattro piante sui rami degli alberi abbattuti; ulteriori indagini confermarono che questi quattro esemplari costituivano l’intera popolazione residua di Epidendrum ilense. Tre di queste piante furono donate al Marie Botanical Garden, una di queste venne successivamente divisa e la divisione consegnata a Eric Hagsater. La quarta pianta fu invece affidata a Pete ed Helen Morgan del Saratoga Garden Club, amici di Dodson e appassionati collezionisti di orchidee, i quali erano presenti al momento della scoperta della pianta. Sebbene tutte e quattro le piante fossero sopravvissute, la loro riproduzione si rivelò complessa. Fu necessario attendere gli anni ’80, con la fondazione del laboratorio di micropropagazione Eric Young Micropropagation Centre presso i Marie Selby Botanical Gardens, per riuscire a propagare una pianta attraverso il metodo meristematico, utilizzando il tessuto prelevato dall’apice dell’infiorescenza. Più o meno nello stesso periodo, da una delle piante adulte raccolte da Dodson in Ecuador, si riuscì a far maturare una capsula contenente circa il 10% di semi vitali. Questo permise di ottenere un numero significativo di piante di Epidendrum ilense, non solo per scopi di studio e coltivazione, ma anche per la commercializzazione. Queste piante furono vendute al prezzo di cento dollari ciascuna ed i proventi destinati ai Marie Selby Botanical Gardens e all’American Orchid Society; i fondi raccolti furono utilizzati per finanziare il mantenimento di questa specie e di altre a rischio di estinzione. Purtroppo, l’Epidendrum ilense risulta attualmente estinto in natura.

Ibridazione Gli Epidendrum sono particolarmente adatti all’ibridazione, sia all’interno del loro stesso genere, sia con generi affini quali Encyclia, Barkeria, Rhyncholaelia, ecc. Paola coltiva un Epidendrum stamfordianum incrociato con Epidendrum paniculatum, una pianta molto bella; il fiore mantiene il classico labello dell’Epidendrum stamfordianum, tuttavia il disegno su petali e sepali risulta attenuato.