Le interviste dell'Orchideria di Morosolo

La bellezza salverà’ il mondo

Franco Populin

Come si è verificato il tuo primo incontro con le orchidee? Come ti sei appassionato? Da quanti anni?

E’ una storia comune, che definirei “amore a prima vista”. Fino all’età di circa 20 o 21 anni (non ricordo bene) non mi ero mai interessato di un fiore. Papà è sempre stato un grande appassionato di giardinaggio, e come succede a volte i figli finiscono per non volere le stesse cose dei padri. Poi, un giorno, alla ricerca di un fiore di regalare, finii nel garden center che il signor Cimasoni aveva nel parco di Villa Cicogna-Mozzoni a Bisuschio. Questo è esattamente quello che chiesi a una delle commesse, “un fiore da regalare”. Sarete d’accordo che fu una richiesta veramente stupida, in un centro di giardinaggio dove avevano centinaia di specie e varietà di “fiori”. Quando la signorina mi chiese di essere più preciso, l’unica parola che mi venne in mente associata a un fiore fu un’orchidea. Fui inviato a cercare il mio “fiore” in alcune piccole serrette di metallo e vetro che furono del vecchio conte Cicogna (che, come seppi molto più tardi, fu un pioniere nella coltivazione delle orchidee). Quando aprii la porta delle serre delle Phalaenopsis, rimasi fulminato come Paolo sulla via di Damasco. Si trattava delle tipiche Phalaenopsis ibride, bianche, con fiori a forma di farfalla, leggiadre e ipnotiche. Recidere un simile spettacolo di fiori danzanti nell’aria umida della serra tropicale mi sembrò un delitto e finii per acquistare una pianta, con tre o quattro fiori aperti e quattro o cinque boccioli già quasi maturi. A casa, pensai di attendere che si aprisse un altro bocciolo, poi un altro e un altro ancora, e finii per non regalare la pianta: fu la mia prima Phalaenopsis. Dopo qualche mese, avevo una decina di piante, i miei primi libri sulle orchidee e i miei primi amici di orchidee. Se penso a dove vivo oggi, nei tropici umidi della Costa Rica, come vivo oggi (cercando orchidee, descrivendo orchidee, disegnando orchidee) e che cosa faccio oggi (lavorando come ricercatore in un giardino botanico), posso dire senz’ombra di dubbio che le orchidee mi cambiarono la vita.

 Quante piante hai?

L’inventario delle piante (che in realtà non sono mie, ma sono quelle con le quali lavoro) dice che sono 26617, o almeno questo è l’ultimo numero che ho scritto su un cartellino. Da questa cifra bisogna togliere qualche migliaio di piante che tecnicamente chiamiamo “egressate” (cioè, “uscite”, il contrario di “ingressate, entrate”), ma che per essere sinceri sono semplicemente “morte”, qualcuna finita pressata in un erbario. Però la parola “morte” non piace a nessuno, e dà l’impressione di un’ecatombe, e il neologismo suona più raffinato… Beh, gli inventari servono anche a questo, a sapere quante delle nostre orchidee muoiono, e a volte anche a rendersi conto di quali muoiono di più per poter rimediare. In generale, nelle collezioni – e la nostra non è un’eccezione – le piante morte si ignorano e semplicemente si “rimpiazzano”: nessuno se ne accorge, e la serra (o l’orchidario”) si vedono sempre pieni e rigogliosi. Nascondere i propri insuccessi, anche quando in realtà non è colpa di nessuno, è molto umano, ma siccome la nostra è una collezione “scientifica” non possiamo ignorare i dati. In base alle mie esperienze personali (un tempo fui un coltivatore in casa) e a quelle dell’orto botanico dove lavoro, mi azzardo a dire che in una collezione normale di orchidee il turn over (cioè il bilancio tra le piante che entrano e quelle che “escono”) deve essere di circa il 70 per cento in un arco di dieci anni. É facile fare la prova. Prendiamo dieci piante a caso e chiediamoci: quali di queste era già qui dieci anni fa? Tre? Quattro? E le altre? “Egressate”!

 

Quali piante costituiscono il cuore della tua collezione?

In questo momento, specie del gruppo Pleurothallidinae, quello sul quale stiamo lavorando più intensamente per completare il progetto di illustrazione e descrizione di tutte le orchidee della Costa Rica. Ma nella collezione sono rappresentati tutti i maggiori gruppi di orchidee, compresi quelli con piante terrestri, in maggioranza della regione centro-americana, ma con molte specie provenienti anche dalle Ande e dalla zona atlantica del Brasile. Per colpa mia, perché mi piacciono e perché le ho studiate a lungo, abbiamo un sacco di orchidee Zygopetalinae (le Pescatoria, Kefersteinia, Chondrorhyncha e generi affini, Stenia, le bellissime Warscewiczella, le Dichaea, ecc.), che sono piuttosto difficili da coltivare. Abbiamo una decente collezione di Cattleya (nel senso stretto della parola, specie e ibridi) e di Lycaste centro-americane, tonnellate di Maxillaria & Company (Camaridium, Maxillariella, Ornithidium), un rigoglioso gruppo di Phragmipedium, e una collezione di Stanhopeinae che potrebbe essere migliore sia in termini di diversità sia di coltivazione, ma ci è molto utile per i nostri studi.

 

Attualmente quali preferisci? (Genere, miniature, profumate, provenienza ecc.)

Credo, per molto tempo, di avere avuto preferenza per questa o quella orchidea. Tra i miei più accesi amori ci sono state le specie di Phalaenopsis, le angrecoidi del Madagascar, altre piccole Areidinae del’Asia (come le Sedirea), poi le Oncidiinae e più tardi le Zygopetalinae, sulle quali ho scritto forse più che su qualsiasi altro gruppo. Oggi mi dedico soprattutto alle Pleurothallidinae, che in Costa Rica sono un gruppo numeroso e difficile, al genere Trichopilia (del quale vorrei preparare una monografia) e poi a tutte le orchidee (senza preferenza alcuna) che vivono nelle aree protette che studiamo per lavoro. Arrivato a cinquant’anni, mi sembrano tutte magiche. Però a casa, in memoria del primo amore, ho solo quattro piante di Phalaenopsis (due P. violacea, una P. mariae e una P. hieroglyphica).

 

Come coltivi? (Casa, serra, orchidario)

Ho la grande fortuna di avere un piccolo staff di persone, molto dedicate, che coltivano le “mie” orchidee in quattro grandi serre. Vedo che si tratta di un lavoro arduo e difficile, per riprodurre in qualche modo ambienti tanto differenti come le zone tropicali calde della costa, le zone umide e temperate e le zone fredde e ventose delle regioni montane. Stando in un paese come l’Italia si ha spesso una visione del tropico come “una” cosa. E’ un’impressione veramente sbagliata. Nella piccola Costa Rica (poco più grande della Svizzera) abbiamo 16 zone di vita diverse, ognuno con le sue orchidee speciali. Il vantaggio di vivere qui è quello di vederle crescere nei loro ambienti: è la miglior scuola di coltivazione possibile!

 

E i tuoi sogni nel cassetto?

Terminare di mettere in linea, in www.epidendra.org, tutti i circa 50 mila nomi di orchidee, con tutta l’informazione sulle loro origini; per ora siamo a quota 6 mila e il cammino é ancora lungo. Mi piacerebbe anche terminare di pubblicare tutta la famiglia Orchidaceae per la Flora Costaricensis, con tutte le specie illustrate, ma è un compito arduo. Dieci anni fa pubblicai un catalogo con tutte le specie della Costa Rica, ed erano 1360, e oggi, dieci anni dopo, sono già 1600: non finiremo mai… Ma, come ben dice Alessandro Wagner (la citazione la devo a Giancarlo), “finché ci sono orchidee c’è speranza”. E, nel mio caso, c’è anche lavoro.

Rispondete anche voi all’intervista dell’Orchideria!
Inviatela assieme a foto delle vostre orchidee, con voi e del luogo in cui le coltivate a soci@alao.it e info@orchideria.it . Le pubblicheremo nei prossimi numeri e sul sito dell’Orchideria.

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