La Tan-Kalú nera Una fiaba orchidofila

Riassunto: Alejandro Capriles racconta la leggenda della Tan-kalú nera, una Cattleya violacea nera, intrecciando ricordi d’infanzia con la mitologia del popolo Pemon del Venezuela.

Gli anni della mia infanzia, trascorsi a Caracas, sono stati pieni di magici ricordi, soprattutto quelli associati alle orchidee. Mia nonna coltivava Cattleya venezuelane e la sua collezione era notevole sia per il numero di specie sia per le varietà di forma e colore. Non c’era da sorprendersi che la casa fosse sempre piena di questi meravigliosi fiori. Una cugina di mia nonna, anche lei appassionata di orchidee, era una accattivante narratrice di storie. Mi ricordo ancora l’emozione che sentivo ogni volta che “Tía Felipina” ci visitava. Ognuna delle sue storie era recitata a memoria e molto più emozionante delle versioni edulcorate delle fiabe tradizionali. Di tutte le sue storie una delle mie preferite era quella della Tan-Kalú nera, una storia che secondo lei, le era stata raccontata da un cacique in una delle sue varie “ferie” amazzoniche.

Molti anni dopo, quando ho cominciato a esplorare la regione di Guayana nel Sud-est del Venezuela, mi sono trovato in un villaggio indigeno Pemon dove ho scoperto con sorpresa che “Tan-Kalú” era il nome da loro dato alla Cattleya violacea. Incuriosito, ho chiesto alla nostra guida se qualcuno avesse mai sentito la storia della TanKalú nera; poco dopo, la guida ci portò una donna che sorprendentemente era conosciuta come “l’anziana” del villaggio, anche se non poteva avere più di quarant’anni. Ho scoperto dopo che l’aspettativa di vita per gli indigeni Pemon era all’incirca di cinquant’anni. Mentre spargeva un po’ di polpa di yucca sopra un’enorme piastra su un focolaio al centro del villaggio per fare il cazabe, la loro versione del pane, la donna cominciò a narrare la leggenda della Tan-Kalú nera nel timido e soffice linguaggio pemon; il rumore di una cascata vicina donava un tono misterioso alla sua voce. Grazie alla traduzione della nostra guida, scoprì con gioia che la sua versione era molto simile a quella della mia infanzia. È stato un momento meraviglioso e irripetibile per me.

Sono passati ormai quasi quarant’anni da quell’incontro, troppi per ricordare poco più dell’essenza della storia. Per fortuna, lo storico Luis Henrique Yanes, uno dei pionieri dell’orchidofilia venezuelana e anche un bravo scrittore, ci ha lasciato una sua versione molto personale della leggenda («La Orquídea Venezolana», 2, 1974, pp. 1518). Ho preso la licenza artistica di intrecciare la sua versione con le mie reminiscenze per creare un arazzo in “stile” pemon, ma siccome la leggenda è stata trasmessa verbalmente per generazioni e, inevitabilmente, ogni narratore ha aggiunto qualche sfumatura personale alla propria versione, spero che la dea Canaima ci potrà perdonare per aver aggiunto i nostri colori.

È il momento in cui le cicale invocano gli dei della pioggia, quando le rane iniziano a cantare, invitando la primavera a venire. È il momento in cui le tan-kalú adornano gli alberi, dipingono la giungla di colori e profumano l’aria per celebrare l’avvento dei giovani indigeni. È giunto il momento in cui devono scegliere i loro compagni. Marú, la ragazza più bella della tribù, è follemente innamorata di Tarki, figlio di un vicino cacique.

La sera scende, i tamburi riposano su mani dolenti. Le lucciole illuminano il percorso delle giovani coppie per giacere dopo le celebrazioni serali. L’urlo di una scimmia fa sussultare la notte. Tarki si avvicina a Marú: «Perché tuo padre si oppone al nostro matrimonio, quando sa che sono il miglior cacciatore e il più veloce scalatore di alberi?» Marú risponde: «Chiede una tan-kalú viola per il mio matrimonio e una tan-kalú nera per la tomba di mia madre Canaima… chiede l’impossibile!» Piangendo, si addormenta tra le braccia di Tarki.

Il canto del tucano annuncia l’alba. Tarki sveglia Marú accarezzandole il viso e dicendole: «Promettimi che mi aspetterai e ti porterò una Tan-Kalú viola come le piume di Tiko, l’airone sacro, e una Tan-Kalú nera come la notte per la tomba di tua madre.» Marú si strofinò il naso su quello di Tarki, sigillando la promessa. Uno stormo di pappagalli interrompe la pace mentre Tarki parte nella sua spedizione.

Sono passati tre anni invano. Tarki ha attraversato le acque impetuose dei fiumi e scalato gli alberi più alti; ha visto migliaia di Tan-Kalú porpora scure come il suo dolore, ma nessuna viola e nemmeno uno scorcio della tan-kalú nera. Una mattina mentre si arrampicava su una cascata, sente un pianto. Scende velocemente e corre verso la riva del fiume dove vede un airone bianco le cui gambe si sono aggrovigliate nelle viti. A poca distanza si avvicina un serpente. Delicatamente, Tarki libera l’airone che, prendendo il volo, inizia a circondarlo. All’improvviso, l’airone si trasforma in un uccello magico di indescrivibile bellezza, il suo piumaggio brilla di una luce viola scintillante. «Sono Tiko, l’airone sacro della dea Canaima» disse. «Seguimi e ti darò una tan-kalú viola come le mie piume per il matrimonio con Marú.»

Sorvolando lungo il fiume, l’uccello magico circonda i rami pendenti degli alberi che accarezzano le acque con il loro carico di tan-kalú in piena gloria e, sistemandosi su un ramo con i fiori porpora più scuri,

scelse il più bello con il becco e lo portò al suo petto, dove diede al fiore il suo colore. Dandolo a Tarki, l’airone sacro gli disse: «Non cercare la tan-kalú nera. Non esiste perché Canaima non è morta. Lei solo dorme. Il suo corpo è la terra e il suo spirito è il vento. Una tan-kalú nera fiorirà il giorno della morte di Canaima. Sarà il giorno in cui il mondo morirà. Torna da Marú. Stanotte, Canaima apparirà a suo padre in un sogno e gli chiederà di darti Marú come moglie.»

Quando Tarki tornò alla tribù, il cacique lo abbracciò dicendo: «Benvenuto, figlio mio. Il tuo ritorno è stato annunciato. Non cercare più la tan-kalú nera. La tomba di Canaima è scomparsa e al suo posto cresce un grappolo di tan-kalú porpora che diventeranno viola il giorno in cui Marù darà a luce il tuo primo figlio.» Da quel giorno in poi, tutte le tribù di Guayana sanno che Canaima è viva nella terra sotto i loro piedi e nell’aria che respirano, e che non ci sarà una tan-kalú nera fino alla fine del mondo.

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