Chiloschista pusilla

Le radici assolvono le funzioni delle foglie in queste inusuali orchidee, durante la nostra esperienza di coltivatori di orchidee, ci potrà capitare presto o tardi d’incontrare le orchidee afille, cioè orchidee prive di foglie; solitamente una cosa del genere ci farebbe sobbalzare dalla sedia, digrignare i denti o mettere le mani nei capelli perché potremmo pensare di essere di fronte a piante sull’orlo del baratro se non addirittura già pronte per il bidone dell’umido. In realtà scopriremo come ciò non sia sempre vero.

Ci sono infatti alcune orchidee che sono caratterizzate dal non avere le foglie e ciò non è dovuto ad una errata coltivazione, ma perché in realtà la natura le ha disegnate e pensate senza foglie e nonostante questo crescono floridamente e fioriscono. Le orchidee afille vengono di solito classificate in quattro grandi gruppi: Epifite prive di foglie, Epifite decidue (Dendrobium che perdono le foglie) oppure alcune Phalaenopsis che tendono ad essere decidue nel loro habitat naturale, ma sempreverdi in coltivazione (Phalaenopsis lobbii, P.lowii e P.parishi), Terrestri decidue (stagionalmente), saprofite prive di foglie (e.g. Neottia nidus-avis: non presenti in coltivazione).

Le epifite prive di foglie, che per semplicità di trattazione chiameremo Leafless Orchids, saranno l’argomento di questo articolo. Le Leafless Orchids si trovano nelle regioni tropicali in molte zone del mondo. Mentre alcune specie possono avere foglie effimere che vengono velocemente perse, nella maggior parte delle specie l’intero processo fotosintetico ha luogo nelle speciali radici aeree che si sono adattate a tale funzione; in questo caso si tratta di vere e proprie orchidee afille in quanto ciò che rimane loro delle foglie è degenerato in piccole strutture squamiformi.

Esistono tre grandi gruppi di Leafless Orchids.

– Il primo gruppo comprende piante che hanno foglie effimere, solitamente durante il periodo di più attiva crescita.

– Il secondo tipo comprende orchidee totalmente afille, in quanto le foglie sono state modificate in piccole squame o strutture scagliformi che non si trasformano mai in foglie.

– Il terzo gruppo comprende generi nei quali solo alcuni membri sono senza foglie, mentre altri generi le sviluppano.

I generi appartenenti al primo gruppo sviluppano le foglie solo quando le piante hanno sufficiente energia e umidità in sovrappiù da indirizzare alla crescita delle foglie. I due generi più rappresentativi in questa categoria sono Kingidium e Chilochista. Le foglie in questi generi vengono perse non appena le condizioni non sono più quelle ottimali. Mentre questo potrebbe far somigliare queste piante a quelle a carattere deciduo, i meccanismi in realtà sono differenti. In questi generi infatti la crescita della pianta procede con o senza le foglie. Il riposo invernale esiste e sopraggiunge con l’arrivo della stagione brutta, la crescita si blocca ma questo non ha relazione alcuna con la presenza delle foglie.

I generi appartenenti al secondo gruppo, quello delle orchidee totalmente afille, d’altro canto, non sviluppano per niente le foglie. I generi appartenenti a questa categoria sono Dendrophylax, Polyrriza (syn. Polyradicion), Harrisella, Taeniophyllum, Microtatorchis e Microcoelia. Queste piante si può dire che abbiano intrapreso un differente percorso evolutivo, nel quale hanno completamente modificato la struttura delle foglie. Le foglie sono presenti ma sono state completamente trasformate in piccole squame. Le piccole strutture squamiformi formano una struttura protettiva attorno alla gemma apicale della pianta. Le squame sono solitamente di circa 1 o 2 mm di lunghezza e sono difficili da vedere a occhio nudo. Queste piante dipendono totalmente dalle radici per quanto riguarda la fotosintesi, tutto l’anno! Studi su specie native così come da serra dimostrano che non solo le radici contengono l’usuale fungo micorrizale, ma molte specie contengono anche alcuni tipi di alghe verdi unicellulari. La pianta usa questi microorganismi simbiotici come unità fotosintetiche addizionali. Per questa ragione, queste piante sono molto meno tolleranti nei confronti dei trattamenti fungicidi e alghicidi; se decidiamo di usare trattamenti di tale tipo, occorre subito dopo fertilizzare e comunque essere pronti ad eventuali perdite. Quello che può essere considerato un vantaggio di avere piante in coltivazione è che queste risultano acclimatate e abituate a ricevere i nutrienti minerali dai fertilizzanti quindi l’utilizzo di fungicidi risulta meno dannoso che su piante selvatiche o raccolte in natura. Le piante selvatiche infatti sono per larga parte dipendenti dalle alghe e dai funghi micorrizali e risentono molto di trattamenti fungicidi o alghicidi.

I generi afferenti al terzo gruppo comprendono tanto specie fogliate quanto specie afille, come i generi Campilocentrum, Solenangis e Vanilla.

Microcoelia specie

Coltivazione delle orchidee afille

Quando determiniamo le esigenze colturali delle orchidee afille, così come di tutte le orchidee in realtà, la cosa più importante è sapere da dove vengono le piante e avere più informazioni possibili circa il loro habitat di origine. Il genere Taeniophyllum si trova dal livello del mare fino alle cime delle montagne nel Pacifico del Sud, e, come ci si può facilmente aspettare, piante di altitudini elevate, vogliono temperature più basse.

Il genere Kingidium si trova dalle basse regioni dell’Indocina e delle Filippine fino alle montagne Himalayane in Asia, da regioni monsoniche con alternanza umido-secco a regioni pluviali e questo influisce sulle esigenze idriche e di temperatura. Il genere Microcoelia si può trovare tanto nelle aperte boscaglie come nelle fitte foreste in Africa, e quindi nel primo caso si avranno piante molto esigenti in fatto di luce, nel secondo caso meno. Quindi, mentre ci sono delle difficoltà nel preparare una guida colturale che vada bene per tutto, come accade spesso per le orchidee, noi possiamo però adattare delle porzioni dei nostri spazi di crescita per accomodare questi gioiellini.

 

Chiloschista segawai

Molte delle Leafless Orchids infatti, possono essere coltivate a livelli di luce prescritti per Phalaenopsis e Cattleya. La prima eccezione è rappresentata ad esempio dai generi Chilochista e Dendrophylax, che preferiscono i livelli di luce di Cattleya e Vanda, quindi esigono molta più luce. In ogni caso, possiamo affermare con buona approssimazione che tutti i tipi di Leafless Orchids possono essere coltivati in condizioni di luce intermedie tra quelle di Cattleya e quelle di Phalaenopsis. Per avere un buon indizio delle quantità di luce fornita, possiamo osservare la colorazione delle foglie: in molte Vandacee, infatti, come anche Phalaenopsis, le specie che hanno fiori con colorazione rossa possono mostrare una colorazione delle radici rossastra dovuta alla produzione di antocianine e altri antiossidanti, quando i livelli di illuminazione diventano troppo elevati (fenomeno visibile anche nei generi Chilochista e Kingidium). Se vediamo una colorazione rossastra sulle radici possiamo ridurre l’illuminazione o spostare la pianta in una zona più ombreggiata. Le temperature dovrebbero essere calde per le piante native di aree al livello del mare o a basse altitudini, invece le piante di altitudini più elevate beneficiano di condizioni di serra intermedia. Uso il termine ‘caldo’ nel senso tropicale del termine, che non è lo stesso ‘caldo’ quando si parla delle Masdevallia originarie delle Cloud Forests. Per caldo tropicale infatti intendiamo 30-35°C di giorno e 24-27°C di notte, mentre per l’inverno vanno da 21-24 di giorno a 16-18 di notte. Per le specie di Kingidium e Taeniophyllum di altitudini più elevate le temperature da serra intermedia devono essere abbassate almeno a 8 °C estate e inverno. L’innaffiatura dipende dal tipo di supporto (zattera) e dal tipo di substrato. Molte persone mettono un piccolo strato di sfagno o fibra di cocco sotto la pianta, così che un’innaffiatura ogni due giorni è sufficiente. Senza un cuscinetto sottostante è preferibile bagnare ogni giorno oppure bagnare ogni tre giorni con una pesante nebulizzazione ogni giorno. Quando la pianta non è in attiva crescita, le innaffiature devono essere ridotte. Quando montiamo per la prima volta un’orchidea su zattera, teniamo la zattera orizzontale fino a che le radici non si attaccano al substrato. Questo aiuta le radici ad orientarsi verso il supporto invece che verso l’aria. Fertilizzare con dosi dimezzate. Dal momento che tutta la fotosintesi avviene nelle radici, queste orchidee, di gran lunga più di alter, devono essere coltivate su zattera! Se avete altre orchidee tropicali su zattera, come ad esempio Phalaenopsis e Brassavola, potete mettere le Leafless Orchids insieme a queste piante e cresceranno bene per via delle simili condizioni di crescita. I Kingidium delle altitudini piu’ elevate invece staranno bene insieme alle Masdevallia, per lo stesso motivo. L’unica pianta che ho esitato a mettere isieme ad una collezione mista di orchidee è stata una pianta nata da seme di Polyradicion lindenii. Mescolare Leafless Orchids con orchidee in vaso risulta molto problematico, perché le orchidee su zattera richiedono un regime di bagnatura ben diverso e le Leafless Orchids possono essere coltivate solo in questo modo. In ogni caso, metterle nelle stesse condizioni di luce è accettabile, sempre che ci si ricordi di bagnare e nebulizzare ogni giorno.

 

Kingidium chibae

Coltivare un’orchidea su zattera è un processo facile quanto mai divertente, sebbene coltivare una Leafless Orchids su zattera è leggermente diverso che coltivarne altri tipi. Con alcuni limiti estetici e regole di gusto, per il resto può essere tutto concesso, e creare zattere sarà come intraprendere un’avventura che spazierà nella fantasia di ognuno, dalla scelta dei materiali ai metodi di innaffiatura. Praticamente ogni tipo di legno andrà bene, con eccezione dei legni aromatici come il cedro che dovranno essere bolliti per perdere gli olii e i composti aromatici che possono risultare dannosi. Inoltre, il legno dovrà essere ruvido e quanto più contorto per dare agio alle radici di esplorare anfratti nascosti. Tra le scelte ci possono essere piccoli pezzi di legno naturale con corteccia ancora attaccata piuttosto che tavolette di legno già precedentemente lavorate. La felce arborea poi è da molti considerata la migliore scelta perché crea con il suo intrico di filamenti un microclima di umidità senza causare ristagni. I problemi che più spesso colpiscono queste orchidee sono il marciume della gemma apicale e quello delle radici. La rugosità delle superfici delle zattere così come l’utilizzo parsimonioso dello sfagno come cuscinetto sotto la pianta possono limitare tali disagi. Il legno mantiene l’umidità abbastanza a lungo per quanto necessitano le piante (30 minuti) ma non abbastanza per quanto necessitano batteri e funghi fitopatogeni; questo è di gran lunga un vantaggio.

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