Il progetto Orchis – conservazione e ripopolamento delle orchidee autoctone prealpine

Il progetto Orchis – conservazione e ripopolamento delle orchidee autoctone prealpine

Il 9, 10 e 11 settembre 2011 si è svolta la manifestazione Varese Orchidea ’11 presso il chiostro di Voltorre, frazione di Gavirate. Sabato 10 il prof. Simon Pierce ha presentato gli ultimi sviluppi del progetto “Orchis: conservazione e ripopolamento delle orchidee autoctone prealpine” presentatoci negli anni precedenti della mostra di orchidee a Varese.
Durante questa conferenza, finalmente, il professore ha potuto spiegare ciò che è stato fatto e non solo nei progetti.
Per poter spiegare la causa principale della scomparsa delle orchidee autoctone italiane sono state elaborate delle foto con i fiori a colori e lo sfondo in bianco e nero: il problema principale è il cambiamento dell’ambiente e non delle orchidee in sé, il cambiamento del tipo di vegetazione. Essendo piante di piccole dimensioni hanno bisogno di una bassa vegetazione, per poter avere luce a sufficienza per il loro sviluppo. Lo sfalcio dei prati è un antico modo per poter gestire questi ambienti, ma è un’usanza che si sta perdendo. Nel Parco del Monte Barro, luoghi invasi dalla vegetazione alta, sono stati sfalciati, l’anno seguente sono subito comparse le orchidee. Altro problema causato dalla natura è dovuto a cinghiali, caprioli, cervi e altri animali che spesso mangiano le piante, causando grossi danni nella riproduzione di queste spettacolari orchidee; ad esempio un’intera popolazione di Cypripedium calceolus impollinata è stata mangiata dai caprioli, per fortuna si è salvata qualche pianta che ha dato origine alle bacche.

Alcune orchidee, ormai si trovano in una situazione più grave, perché non basta ripristinare il loro ambiente per salvarle, la loro popolazione può essere così ridotta da non potersi più riprodursi tramite seme. Alcune specie, come la Gymnadenia conopsea, hanno vaste popolazioni, e solo con l’azione dello sfalcio, riescono subito a riprodursi; nel caso della Cephalanthera longifolia, ci sono molti gruppi ristretti, ma sono abbastanza da riuscire a riprodursi lo stesso. Le specie che hanno problemi nella riproduzione, sono state aiutate con questo progetto, rinforzandone la popolazione. Nel caso in cui la popolazione è troppo piccola, le orchidee non riescono a produrre semi con
embrioni, questo causa la non germinazione, un tipico caso è l’Ophrys benacensis. La sterilità di questi semi è dovuta all’impollinazione tra piante geneticamente troppo simili, cioè con parentela troppo stretta (sorelle); per poter risolvere questo problema è stato raccolto il polline da un’altra popolazione e provato ad impollinare le piante sterili, per fortuna tutto ciò ha funzionato portando alla produzione di semi fertili. Questo tipo di intervento è stato utilizzato su altre specie, come la Cephalanthera rubra e il Cypripedium calceolus. Questa prova è stata fatta anche sulla specie Coeloglossum viride, dove due gruppi si trovano vicino a due sassi abbastanza distanti: una zona è stata impollinata manualmente e l’altra non ha subito nessun intervento. Solo il gruppo impollinato manualmente ha dato esito positivo.

Parte importante del progetto è stata la raccolta dei semi dopo alcuni mesi di maturazione, nel Parco del Monte Barro e nel Parco delle Orobie Bergamasche: molto importante è raccogliere i semi al punto giusto di maturazione. Si schiaccia la bacca, se questa si apre vuol dire che i semi sono pronti per poter germinare. Di norma, in natura il fungo patogeno cerca di attaccare il seme, ma l’orchidea riesce a romperlo e se ne nutre, sfrutta il fungo come riserva di cibo; è un processo molto lento. In laboratorio non si può sfruttare il meccanismo naturale, perché è poco affidabile, quindi si utilizza il sistema simbiotico.

Si tratta di un metodo sempre lento, ma in condizioni sterili si può aumentare di molto la quantità di zuccheri e altri nutrienti aggiunti; questo fa si che si ha una buona media di germinazione. Molto importante, quindi, è sterilizzare i semi con candeggina diluita, per poter eliminare batteri e funghi che danneggerebbero il substrato di coltura.
Per poter far germinare il Cypripedium calceolus si utilizza un trucco: i semi maturi non germinano perché hanno bisogno di freddo, per questo motivo si utilizzano semi non ancora del tutto maturi, ma già abbastanza sviluppati da poter permettere la corretta germinazione (i semi maturi sono scuri, quelli non maturi si presentano di color bianco). L’embrione cresce e diventa una sfera di cellule dette proto corno, quest’ultimo cerca il nutrimento e forma la prima fogliolina; nel momento in cui si sono formate varie foglioline e radici, le piante possono essere messe in vaso.
Normalmente germina il 25% dei semi della specie Serapias vomeracea, con l’aggiunta di ormoni la percentuale aumenta: i germogli di alcuni legumi hanno un’alta percentuale di questi ormoni, quindi è stato preparato un frullato misto di legumi appena germinati ed e stato aggiunto al substrato. In questo modo si è raddoppiata la percentuale di germinazione di questa specie; inoltre, l’ormone chimico è molto caro ed è meno efficace di quello utilizzato attraverso il frullato di legumi.

Nel momento in cui le piantine in vitro hanno prodotto la prima fogliolina si spostano nei tubi di crescita nelle camere a temperatura (bassa) e luce controllata, tutto sempre in ambiente sterile.

Il mese di settembre 2011 è l’ultimo passo del progetto, perché si stanno mettendo a dimora in natura altre 6000 piante prodotte nei tre anni di progetto. Sono state aiutate una ventina di specie di orchidee autoctone italiane, partendo soprattutto da quelle più rare e in pericolo; sono state aiutate anche specie meno problematiche nell’aspetto della riproduzione, in modo da non fallire nell’obbiettivo del progetto. Sono stati raccolti i semi di ventitre specie in diciotto siti di vari ambienti.

Le piantine sono state spostate dal vitro nei vasi, per poterle reintrodurre in natura con più sicurezza. Nel Parco del Monte Barro ci sono solo tre piante di Serapias vomeracea, da queste tre piante ne sono state prodotte più di 3000;
alcune piante, in serra, sodo arrivate addirittura alla fioritura. Nel Parco del Monte Barro sono stati introdotti i tuberi nel periodo di riposo, non in vegetazione, altrimenti muoiono. Durante il progetto il professore ne ha dimenticato uno sulla scrivania, per tutta l’estate, in autunno ha comunque iniziato a crescere; questo ci fa capire che l’inizio dell’autunno è il momento ideale per essere trapiantato, perché è sviluppato ed entro breve comincerà a crescere. Poco importa se la pianta non è molto in forma, l’importante è che i tuberi siano sani e in salute.

 

Una pianta di Ophrys benacensis, messa a dimora nel 2010, questa primavera è andata addirittura in fioritura, anche se il 2011 non è stata una buona annata per le fioriture delle orchidee italiane in natura (dovuto al periodo di pioggia e poi di caldo anomalo durante la primavera).
Un esempio molto importante è la fioritura dell’Ophrys sphegodes in serra, prima fioritura ottenuta in cattività. Altro obbiettivo raggiunto è stata la riproduzione, mai avvenuta prima, della Dactylorhiza traunsteineri; essendo una pianta palustre è stata fatta crescere in serra con il vaso in ammollo.
La specie Pseudorchis albida è stata seminata in vitro, e per la prima volta sono stati ottenuti esiti positivi, tutto ciò grazie alla scoperta dell’ormone che permette la loro germinazione; purtroppo sono sopravvissute solo sei piante, visto che è la prima volta che è stata coltivata con qualche successo è comunque un ottimo esito. Sono germinate in vitro circa 2000 piante di Cypripedium calceolus, sono ancora molto indietro perché ci sono voluti circa due anni per farle germinare, hanno
una crescita molto lenta, ma è passata comunque la parte più critica, cioè la germinazione. Tutti questi dati evidenziano il raggiungimento di molti obbiettivi di questo importante progetto.

Altro obbiettivo del progetto è stato diffondere i problemi delle orchidee italiane, per questo motivo sono state trapiantate alcune piante prodotte in serra in aiuole create in dodici rifugi del CAI (Club Alpino Italiano), con l’aggiunta di cartelli informativi, con la speranza che informando la gente si riesca a bloccare la raccolta di questi bellissimi fiori.
Per poter diffondere il lavoro compiuto in questo progetto e informare la gente degli aspetti della conservazione delle orchidee italiane è stato prodotto un libro e un opuscolo sulle orchidee spontanee lombarde.
È stata ringraziata la dottoressa Rossella De Andreis per aver insegnato al professore S. Pierce, all’inizio del progetto, il metodo di coltivazione in vitro.
Il risultato finale più importante è la ricollocazione in natura delle specie più a rischio, con effetti positivi sulle popolazioni già esistenti. Complessivamente sono state riprodotte da seme ed impiegate per il ripopolamento di popolazioni naturali quattordici specie di orchidee, con un totale di oltre 10000 piante prodotte. Potrebbe trattarsi del progetto più grande al mondo di messa a dimora di orchidee spontanee.

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