Forme e colori delle orchidee

Conferenza sostenuta dal prof. Alberto Fanfani il 07 novembre 2009

Nell’ambito della manifestazione Varese Orchidea ’09 presso Villa Recalcati. Sabato 7 una delle conferenze tenute è stata presentata dal prof. Alberto Fanfani, dal titolo: Forme e colori delle orchidee.

Per comprendere meglio le forme dei fiori di orchidea bisogna conoscere la struttura di questo fiore. E’ composto dal calice (cioè tre sepali), dalla corolla (due petali laterali e il petalo ventrale, cioè il labello) e dalla colonna (pistillo e antere fusi tra loro).

Il labello è il petalo posteriore, ma noi lo vediamo come anteriore perché quando il fiore sboccia abbiamo una torsione di 180° del peduncolo floreale; in questo modo ciò che era posteriore diventa anteriore. Un esempio particolare si può fare con la Plectrelminthus caudatus, dove vediamo il labello in posizione posteriore perché il peduncolo floreale ha una torsione di 360°.

Plectrelminthus caudatus

Cycnoches loddigesii

Nell’evoluzione delle Angraecinae si ha avuto la comparsa di un lungo sperone connesso al labello, contenente il nettareo. L’Angraecum sesquipedale, ad esempio, emana il suo profumo di notte.

E’ una pianta endemica del Madagascar ed è la specie dallo sperone più lungo. Nel 1862 Charles Darwin la studiò, attraverso l’osservazione di questi fiori suppose l’esistenza di un insetto impollinatore con un apparato boccale abbastanza lungo da arrivare al nettare presente al fondo dello sperone; dopo sessant’anni circa fu scoperta una sfinge con una spirotromba lunga oltre 30cm. Questo confermò la teoria di Darwin e la sfinge venne chiamata Xanthopan morganii praedicta in onore dell’episodio.

Nel caso delle Cycnoches, Catasetum e Mormodes abbiamo sia i fiori maschili che quelli femminili. Come nel caso del Catasetum pileatum, la stessa pianta può produrre sia gli uni che gli altri. Uno dei fattori che può essere determinante è la luminosità.

I fiori maschi hanno una forcella che scatta producendo l’espulsione delle masse di pollini poste su un filamento con la base appiccicosa che si attacca agli insetti.

Le Stanhopea hanno dei labelli molto particolari. I sistematici utilizzano il labello per differenziare le specie, perché spesso una singola specie, ad esempio, può avere molta variabilità nel colore. Si possono individuare tre porzioni nel labello delle Stanhopea: ipochilo, mesochilo ed epichilo. La forma del labello è una sorta di corridoio che

obbliga l’insetto impollinatore a passare dai pollinia.

Stanophea tigrina

Masdevalia coccinea

La Coryanthes speciosa ha un profumo spettacolare e un labello a forma di secchiello. Nella zona del peduncolo ci sono due verruche che secernono gocce di nettare che si raccolgono nel labello; nel momento in cui l’impollinatore sente il profumo cerca di raggiungere il nettare, deve passare dall’unica apertura permessa a forma di scivolo; questa apertura lo facilita nell’entrata, ma non gli permette l’uscita; per poter uscire dal fiore, l’insetto segue due strutture laterali che lo portano a contatto con le masse polliniche.

Nell’Oncidium varicosum e O. papilio i labelli si sono trasformati e adattati allo stesso modo, sempre per attrarre gli insetti impollinatori. Nelle Dracula e Masdevallia si vedono solo i tepali, per poter vedere le tre parti della colonna bisogna guardare all’interno del fiore, un bell’esempio è la Masdevallia coccinea.

Nelle Ophrys, come l’Ophrys sphegodes, il labello si è trasformato in modo da ingannare l’insetto impollinatore; non è scientificamente spiegato, in realtà sono attratti dal profumo, ma comunque c’è una somiglianza notevole tra icolori del labello e l’insetto femmina.

Il Cypripedium calceolus ha il labello a forma di scarpetta, come il Paphiopedilum micranthum, hanno delle forme straordinarie.

Le Anguloa sono dette anche orchidee tulipano, proprio per la loro somiglianza con quest’ultimo fiore, invece i Dendrochilum assomigliano alla spiga delle graminacee e quando i rami fioriferi sono aperti si ha una struttura particolare per la quale queste orchidee dono note come “orchidee collana”.

La struttura dei fiori è sempre la stessa, ma da come si combinano i singoli pezzi otteniamo moltissime forme differenti.

Cypripedium calceolum

Brassavora digbyana fimbripetala

Nei Bulbophyllum gli insetti impollinatori non sono api, bombi o farfalle, ma le mosche, per questo motivo emettono sentori di carne in putrefazione, in queste orchidee, i vari pezzi tremano, sono tutti articolati tra di loro.

Si passa da orchidee piccolissime (Capanemia) e grandissime (Sobralia macrantha, dalla canna alta fino a tre metri).

Le specie botaniche delle Phalaenopsis sono molto affascinanti e belle, da queste si è partiti nell’avventura dell’ibridazione: In natura ci sono oltre a 25000 specie, diffuse in tutto il mondo, ma all’uomo questo non è bastato, si sono create altre orchidee, soprattutto per aumentare la dimensione del fiore e la sua durata, sono caratteristiche mancanti alle specie naturali e che gli ibridatori hanno cercato di migliorarle.

La stessa cosa è avvenuta nel genere Cattleya, ad esempio è stata utilizzata la Cattleya digbyana per le ibridazioni a causa del suo labello sfrangiato (un suo difetto è che porta un solo fiore ed è una caratteristica che trasmette anche ai suoi ibridi).

Ditteri su un bulbophyllum graveolens

Laeliocattleya rojo

Si sa molto poco sulla genetica delle orchidee, tutti gli ibridi sono stati creati attraverso vari esperimenti.

La Laelia millerii è di un bel color arancio che trasporta ai suoi ibridi, si utilizzava questa perché è molto più semplice da coltivare rispetto alla Sophronitis coccinea. Negli ultimi tempi si preferisce ibridare con la Sophronitis, perché resiste a temperature più basse ed è ottima per miniaturizzare le piante. La Laeliocattleya Rojo è un ibrido, il cui color arancio deriva dalla Laelia millerii.

Negli ultimi anni si è cercata la miniaturizzazione delle piante, per il problema dello spazio, mantenendo la dimensione del fiore, se non aumentandola. Lo spazio è un costo. Un esempio classico è l’Epidendrum ibaguense, è una pianta infestante nel suo paese d’origine ed è molto grande, per questo motivo è stata ibridata con la Sophronitis e sono state ottenute piante molto più piccole, come l’Epiphronitis Veitchii.

La stessa cosa è avvenuta nel genere Cattleya, ad esempio è stata utilizzata la Cattleya digbyana per le ibridazioni a causa del suo labello sfrangiato (un suo difetto è che porta un solo fiore ed è una caratteristica che trasmette anche ai suoi ibridi).

Epiphronitis veitchii

Phragmipedium bessae in situ

Un caso molto particolare si ha nel genere dei Paphiopedilum la cui specie P. rothschildianum è

stata trovata alla fine dell’800, poi si è estinto fino agli anni ’50 ed in seguito è stato ritrovato, si trova nel Borneo e si sta nuovamente estinguendo; è stato utilizzato nell’ibridazione per ottenere i Paphiopedilum multiflora. La maggior parte di orchidee appartenenti a questo genere producono un solo fiore, ma all’uomo no è bastato e si è cercato di produrre piante multiflora. Non bastava più avere fiori grossi che durano molto, come il Paphiopedilum Hellas, un ibrido molto bello, ma allo stesso tempo molto difficile da far fiorire è il P. Rolfei (bellatulum per rothschildianum); da questo esempio si può notare che spesso non si ottiene il risultato desiderato.

Il Phragmipedium bessae è il simbolo dell’Ecuador, quando è stato scoperto c’è stata la corsa all’ibridazione per il suo spiccato color rosso-arancio (poco tipico in questo genere).

Il tema principale di questa conferenza non è stata la forma e il colore dei fiori, ciò che è bello per l’uomo o quale non lo sia; la domanda posta dal prof. Alberto Fanfani, utile per ragionare, è stata:

Perché all’uomo non è bastato ciò che la natura gli ha offerto?

Phragmipedium bessae in situ

Phragmipedium living fire

Dendrobium latifolium

Angoloa uniflora

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