Cattleya, magia e colori

Conferenza tenuta da Martino Cesare, il 26 maggio 2019 presso il Giardino botanico di Alessandria.

Cattleya aclandiae

L’Europa iniziò a conoscere le orchidee a partire dal Settecento grazie ai membri facoltosi dell’aristocrazia, che divennero dei veri e propri mecenati e incaricarono uomini per andarle a scovare. Questi ultimi, che senza esagerazione potrebbero essere definiti cacciatori di orchidee, affrontarono anni di isolamento e di stenti pur di riportare ai propri committenti il prezioso bottino richiesto, talvolta distruggendo intere parti di foresta pur di garantire l’esclusiva della scoperta. Ed è in questo contesto che entrò in gioco William Cattley, un ricco uomo britannico, amante di piante tropicali. Quando arrivò un carico di piante, nel 1818, egli notò qualcosa di strano nel materiale di imballaggio e, siccome era un uomo dalle mille risorse, provò a coltivare questo materiale: così nel 1824 fiorì la prima Cattleya in Europa, una C. labiata. E in suo onore la pianta venne chiamata appunto Cattleya. Naturalmente da quel momento esplose la sua popolarità e tutti ne vollero una, aumentando così le ricerche e scoprendo altre specie. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai le orchidee arrivarono in Europa solo nel Settecento, nonostante l’America fosse stata scoperta due secoli prima e i commerci con l’Oriente fossero già prosperi da un millennio. Probabilmente perché all’inizio dell’epoca moderna le residenze dei ricchi erano per lo più fortezze, manieri difensivi; a partire dal Seicento invece iniziarono a diventare delle vere e proprie regge – pensate agli esempi settecenteschi di Caserta o di Versailles – e iniziarono a essere costruite le prime serre. Inoltre, dal Settecento numerosi studiosi cominciarono a occuparsi scientificamente delle orchidee.

Le Cattleya sono orchidee epifite, cioè piante che vivono aggrappate agli alberi tramite le radici, ma mai parassite; sono originarie dei paesi dell’America tropicale – Venezuela, Costa Rica, Brasile, Colombia – e sono simpodiali, dal greco “più piedi”: fanno cioè nuove crescite, queste matureranno, fioriranno e poi saranno riserve di energia per le successive crescite.
Si dividono in due gruppi: monofoliate e bifoliate.
Le prime sono caratterizzate da uno pseudobulbo abbastanza grande, molto carnoso, e un’unica grande foglia, e fanno fiori molto grandi e molto profumati, ma non più di due o tre per stelo; infatti erano molto usate come cultivar da fiore reciso. Le seconde hanno pseudobulbi di varie dimensioni, corti e piccoli come la C. aclandiae, o molto lunghi e sottili come la C. amethystoglossa, e hanno due o anche tre foglie, di dimensioni ridotte rispetto alle monofoliate. Producono steli con molti fiori, a volte anche più di dieci, ma molto più piccoli delle monofoliate. Alla base della foglia quasi tutte le Cattleya producono la spata, una sorta di foglia dentro la quale crescerà lo stelo. Ma non tutte lo fanno: per esempio, nella Rhyncholaeliocattleya Haw Yuan Beauty lo stelo coi boccioli germina direttamente e liberamente, mentre la C. walkeriana fiorisce dalla base degli pseudobulbi.

Cattleya vellutina

Cattleya maxima

Le Cattleya non sono difficilissime da coltivare e crescono benissimo anche senza serra; io stesso ne ho diversi esemplari in vaso sul davanzale di casa!
Come tutte le piante, hanno bisogno di tre fattori fondamentali: temperatura, luce, acqua. Le temperature casalinghe vanno benissimo, ovvero 18/20°C in inverno, ma tollerano senza problemi anche qualche grado in meno; in estate 30°C possono essere sopportati dalle piante, ma non di più, perché altrimenti potrebbero andare in sofferenza.
Le Cattleya vogliono molta luce, anche sole diretto, evitando però le ore centrali. Un piccolo test empirico per vedere se l’esposizione è corretta è quello di guardare le foglie: se sono verde scuro vuol dire che la luce è poca; se invece sono verdi, tendenti al giallo, va benissimo. Se ci fossero invece macchie bianche, significa che le abbiamo ustionate.
Per quanto riguarda l’acqua, bisogna considerare il fatto che sono piante che non tollerano restare bagnate a lungo e odiano tantissimo i ristagni idrici, per cui dovranno essere rinvasate in un substrato molto drenante e che permetta una buona areazione: il bark (cioè la corteccia) di pezzatura grande, 18/25 mm, andrà benissimo. Le bagnature andranno di pari passo con il ciclo vegetativo della pianta, cioè se la pianta sta vegetando (ha le punte delle radici verdi o sta facendo crescere un nuovo getto) la frequenza sarà maggiore, perché la pianta avrà bisogno di una quantità maggiore di acqua; al contrario, se è in riposo vegetativo, la frequenza delle innaffiature sarà minore. Per la concimazione, si possono utilizzare due diverse tecniche: si può bagnare con sola acqua per tre volte e alla quarta concimare oppure – come faccio io – mettere piccole quantità di concime ogni volta che si bagna. È consigliabile ogni tanto fare un risciacquo del substrato bagnando con sola acqua piovana o osmotica, per eliminare accumuli di sali. Le Cattleya possono essere coltivate su zattera, in vaso o in cestello; il modo migliore è quello di inserire un cestello dentro un vaso: l’intercapedine d’aria permette un’ottima areazione.
Sono piante che accestiscono in fretta, diventando enormi in pochi anni. Se si volesse dividerle in primavera, bisogna lasciare almeno tre o quattro pseudobulbi per ciascuna divisione.

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