Bollettino n.2 Apr/Giu – 2016

Bollettino n.2 Apr/Giu – 2016

Cestello-zattera

a cura di Roberto Bicelli

Parte I – Relativa alla zattera

Il cestello che io chiamo cestello-zattera lo uso con le mie Phalaenopsis botaniche e l’ho trovato molto utile per la coltivazione casalinga come alternativa alla classica zattera che, in casa, resta di più complessa gestione. E’ fatto con classici listelli di legno duro 10×15 ma si possono realizzare anche in legno di abete con l’accortezza di poi dare una passata al legno con un flating all’acqua per evitare che marcisca velocemente.
Per le dimensioni dipende ovviamente dalla Phalaenopsis che si vuole inserire. Perché questo tipo di cestello e non il classico? La risposta e semplice, in natura come sono messe le Phalaenopsis? Basta vedere delle fotografie di Phalaenopsis in natura e vediamo che queste sono con un andamento “a testa in giù” o al più orizzontale e con questi cestelli volevo mettere le mie Phalaenopsis botaniche nel modo più ‘naturale’ possibile anche non usando le zattere per il motivo detto sopra.
Considerate che la mia collezione è in percentuale molto alta di Phalaenopsis botaniche e che con le zattere in inverno mi diventava impossibile gestire un centinaio di Phaòlaenopsis botaniche su zattera tenendole in sala e dovendole bagnare con molta frequenza, con il cestello- zattera ho risolto il problema permettendomi di bagnare con una minore frequenza come un cestello normale. Unico inconveniente, se così si può dire, è che questo tipo di cestello va sempre solo appeso essendo le foglie rivolte in basso.

Come si vede ha uno sviluppo verticale, ovvero è più alto che largo ed è diviso praticamente in tre parti:

  1. la parte superiore in rete che serve a trattenere la composta
  2. la parte mediana in cui viene inserita la pianta
  3. la parte di fondo realizzata in modo da ottenere una specie di contenitore per altra composta, questa ultima parte può essere più o meno alta in base alla pianta che deve essere inserita

La profondità a differenza dei classici cestelli non è eccessiva e deve essere sufficiente a contenere una quantità adeguata di composta per permettere un veloce drenaggio dell’acqua e una altrettanto veloce asciugatura questo mi permette di tenere tranquillamente fuori le piante senza pormi il problema di una composta eccessivamente fradicia come avveniva invece con i vasi se il periodo è molto piovoso quando le tengo in giardino. La parte posteriore è in rete, questo permette oltre ad un ottimo drenaggio di far respirare le radici e non bloccare il loro sviluppo nel cesto. Se il cestino è grosso è opportuno mettere un legno di rinforzo per evitare che la rete fletta e possa uscire la composta.

Parte II – Relativa all’invaso dell’orchidea

Invaso una Phalaenopsis botanica arrivata dalla Germania a inizio mese, è una orchidea al momento di ridotte dimensioni e adatta a questo cestino considerando anche che non avrà mai un apparato fogliare di notevoli dimensioni e quindi per almeno tre anni in questo cesto ci può stare.
La composta di base che utilizzo per le Phalaenopsis è la solita bark 70% e carbonella 30% a cui poi aggiungo a seconda della pianta del bark piccolo e dello sfagno oppure della fibra di cocco e del muschio.

In questo caso ho aggiunto anche una piccola quantità di bark piccolo e circa un 30% di sfagno ottenendo una composta di questo tipo. Teniamo presente che lo sfagno serve anche per evitare una veloce asciugatura della composta che nel cestello tende ad asciugare velocemente.

Poi dal cestello togliamo la rete che successivamente tratterrà la composta nel cestino in questo modo si lavora decisamente meglio che con la rete applicata.

Come per un normale rinvaso l’orchidea prima di tutto deve essere con le radici bagnate per facilitare sia il vedere facilmente le radici vive che avere la necessaria elasticità radicale in modo che si possano manovrare facilmente senza romperle. Quindi con forbici disinfettate alla fiamma o con la candeggina.

Si procede alla pulizia dell’orchidea eliminando le radici rotte, secche e marce per ottenere un pane radicale ben pulito e le eventuali parte secche delle foglie. Se il numero di radici è elevato potrebbe essere che ci siano problemi per inserire l’orchidea nel cestino si può eliminare la parte di fondo del pane radicale che potrebbe iniziare a suberare e di conseguenza poco utili, per fortuna dopo la pulizia le radici non è stato necessaria questo intervento ottenendo già un buon gruppo di radici più che mai adatto al cestino.
Adesso riempiamo la parte contenitore del cestino con la composta senza comprimere eccessivamente in modo da avere una base di appoggio delle radici e dell’orchidea che sia soffice. Poi sulla rete di fondo mettiamo un leggero strato di composta in modo da coprire la rete, anche se restano degli spazi non è un problema.

Nel cestello preferisco preferisco posizionare l’orchidea con le foglie in orizzontale e leggermente rivolta verso il basso, per due motivi: uno pratico, quando piove o si bagna essendo la pianta inclinata verso il basso l’acqua defluisce molto in fretta dalle foglie, l’altro estetico in quanto se messa con le foglie in verticale a lungo andare per il peso delle foglie tendono a comprimersi fra di loro e stanno decisamente male, ma a voi la scelta.

Fatta la scelta e preparato il fondo adagiamo le radici della pianta su questa base cercando delicatamente di distribuirle sulla composta del fondo e

che alcune siano all’interno della parte che fa da contenitore o almeno a contatto di questa parte, sviluppandosi si inseriranno da sole poi nella composta.
Fatto questo si completa riempiendo il cestino con la composta preparata fino al colmo del cestino senza comprimere ma cercando di distribuire il più possibile la composta tra le radici picchiettando leggermente sui lati del cestino o aiutandosi con un bastoncino, molto adatti quelli che danno nei ristorati cinesi.
Terminato di riempire il cestino si richiude con la rete di contenimento ed il cestino è pronto.

Non è finita qui, dalla parte mediana che è quella in cui è inserita l’orchidea potrebbe con le bagnature uscire il bark e allora serve anche qualche altra cosa che però lasci respirare anche la parte frontale e sia in grado di trattenere il bark.
Posso consigliare l’utilizzo di due prodotti che anche esteticamente sono belli:

  • muschio che sia ben pulito dalla terra e che sopratutto sia esente da larve, lumache, uova di lumaca ecc.
  • fibra di cocco, va benissimo quella che si trova sui bastoni che si usano per i philodendri

In questo caso ho usato la fibra di cocco prendendone un leggero strato e appoggiandolo sulla composta facendo in modo di inserirlo anche nella parte bassa del cestino, anche qui i bastoncini cinesi vanno alla grande, in modo da avere un completo contenimento delle composta anche nella parte mediana.

Se è il caso e la rete di contenimento flette per evitare che esca il bark con le bagnature si può poi fissare la rete con due piccole viti e rondelle.

A questo punto il cestino è finito e si può appendere.
Anche con i cestini la tecnica da utilizzare è la stessa dell’orchidea in vaso per la prima bagnatura, ovvero se si sono fatti dei grossi interventi sulle radici si aspetta qualche giorno prima di bagnare se gli interventi sono stati minimi il giorno dopo si può già bagnare.

Ricordarsi come ho scritto sopra che le orchidee messe in cestello asciugano molto ma molto più velocemente che le orchidee messe nei vasi.
Se qualcuno si vuole cimentare e trovare delle migliorie a questi cestelli ben vengano. Lo spirito del documento non è essere “vangelo” ma stimolo a personali soluzioni da mettere a disposizione di tutti gli amici.
In ultimo alcune delle Phalaenopsis della mia collezione in cestello-zattera.

Nuove tecnologie nella coltivazione delle orchidee: trucchi e accorgimenti

Conferenza sostenuta da Valenza Alessandro il 9 settembre 2012

Introduzione

Il 7-8-9 settembre 2012 si è svolta la manifestazione Varese Orchidea ’12 presso la Villa Napoleonica situata nel Centro Congressi Ville Ponti di Varese. Domenica 9 settembre il socio ALAO Alessandro Valenza, grazie alla propria esperienza, ha illustrato durante la conferenza quali trucchi e tecniche si possono utilizzare per poter coltivare le orchidee nella propria casa, anche nel caso in cui non si hanno le condizioni ottimali per la loro crescita.

Per poter coltivare le orchidee nella nostra casa è molto importante capire e conoscere il tipo di ambiente in cui esse vivono in natura, per poi utilizzare metodologie di coltivazione, come la luce artificiale.

I Dendrobium e le Phalaenopsis commerciali

Le temperature

Le orchidee di tipo commerciale, più comunemente vendute, sono le Phalaenopsis e i Dendrobium, ma spesso non si riesce a farle rifiorire in casa. I motivi della mancata fioritura, in realtà, sono molto semplici: si tratta di orchidee epifite che crescono in zone soggette ai monsoni. I monsoni sono piogge stagionali che determinano l’abbassamento delle temperature, sia diurne che notturne, e hanno durata più o meno specifica di circa venti giorni causando uno sbalzo termico non graduale. Il raffreddamento della temperatura stimola la fioritura. Le orchidee commerciali ovviamente derivano da genitori trovati in natura, per questo motivo spesso le Phalaenopsis e i Dendrobium non fioriscono in casa, visto che le temperature sono sempre stabili. Capita che le Phalaenopsis fioriscano negli uffici, questo è dovuto al fatto che in estate si utilizza l’aria condizionata che ne stimola la fioritura. Al contrario delle Phalaenopsis, il Dendrobium ha bisogno anche di un periodo di siccità.

I grandi produttori di orchidee hanno risolto questo problema dopo aver studiato per anni i range di temperatura ottimale per stimolare la fioritura, perché devono poter calcolare con esattezza il periodo di fioritura della pianta, in modo da distribuirle nelle festività principali.

In Olanda le Phalaenopsis vengono sempre coltivate in condizioni uguali, a 27°C per tutto il giorno (ovviamente da noi questo non è possibile a causa delle alte temperature estive) per ottimizzarne la crescita, dando anche il massimo concime possibile.
Nel momento in cui devono far fiorire le piante, le spostano semplicemente in serre dove le temperature sono intorno ai 18-19°C costanti per tutto il giorno. Automaticamente, in base al tipo di varietà, tra i 100 e i 120 giorni le piante saranno fiorite. In questo modo sanno calcolare perfettamente quando le piante saranno fiorite e quindi potranno distribuirle nei momenti migliori per la vendita. Dipende tutto dalle varietà, per questo motivo gli Olandesi e gli altri grandi produttori pongono vari test su molte varietà, per poter mettere in produzione solo le più affidabili. Lo stesso tipo di lavoro viene eseguito in parte anche per i Dendrobium nobile, che ha un tipo di stimolazione leggermente diversa.
Queste orchidee vengono coltivate al caldo, come le Phalaenopsis, in modo da avere la crescita più veloce possibile nel minor tempo possibile. Vengono seguite le stagioni per poter sfruttare al massimo le temperature e la luce del sole. Dove non possono sfruttare queste condizioni viene ricreato tutto artificialmente.
Vengono coltivate per tutta la primavera e l’estate con temperature notturne circa uguali ai 18°C e diurne anche superiori ai 30°C. Viene dato molto concime per far sviluppare la vegetazione, sino quasi ad arrivare a bruciare le foglie, il problema delle bruciature viene risolto mantenendo l’umidità più alta possibile con una forte ventilazione in modo da dissipare il calore accumulato sulle foglie. A quasi completa maturazione della nuova vegetazione, viene sospesa la concimazione, così facendo la pianta va a nutrirsi di tutto il nutrimento presente nel terreno.
A completo sviluppo della nuova vegetazione, le piante vengono spostate in un ambiente più fresco, che possibilmente non superi mai i 16°C. Si capisce che è poco probabile poter ottenere queste temperature nelle nostre case, ma capiamo qual è la tecnica ideale da utilizzare.
Tengono le piante quasi completamente a secco, senza concimarle, fino a quando non danno segno di prepararsi alla fioritura, cioè quando compaiono delle piccole gemme e dei rigonfiamenti sulla canna. A questo punto le piante sono state stimolate correttamente e sono pronte alla fioritura, quindi vengono spostate nuovamente nell’ambiente dedicato alla loro crescita, cioè dove le temperature sono superiori ai 18°C. Automaticamente da ogni gemma si ottengono due o tre fiori. Come nel caso precedente delle Phalaenopsis, in base alla varietà ci vogliono dai 20 ai 40 giorni per ottenere la fioritura dalla stimolazione.

I produttori dei paesi caldi, come ad esempio le Hawaii e il Sud del Giappone, hanno aziende a diverse altitudini, quindi, spostano semplicemente le piante dal caldo della bassa quota al freddo dell’alta quota, per poi portarle nuovamente a bassa quota, tutto questo per poter stimolare la fioritura. Se non è possibile fornire queste temperature, la pianta stimolata fa la gemma, prendendo freddo però abortisce o invece di fiorire produce una nuova pianta.

In casa, quando la nuova vegetazione dei Dendrobium è completamente cresciuta, bisogna metterle in un luogo più fresco e smettere di bagnarle e concimarle, quasi dimenticarsele, fino a quando la pianta non tende a fiorire, a questo punto vanno spostate nuovamente nella zona più calda in modo da portare a buon termine la fioritura.

La luce

La maggior parte delle piante commerciali provengono da paesi tropicali soggetti ai monsoni, quindi derivano da piante che in natura crescono a una latitudine diversa dalla nostra. Il problema principale è che nel nostro paese abbiamo una grossa differenza di ore di luce tra l’estate e l’inverno: oltre a 16 ore di luce in estate e meno di 8 ore in inverno. Nei tropici e all’equatore, invece, le ore di luce sono stabili, dalle 11 alle 13 ore. In inverno, quindi, forniamo molte ore di luce in meno rispetto ai loro paesi nativi; difatti, molte orchidee muoiono in questa stagione anche se tenute al caldo. Per le orchidee, è più importante il tempo di esposizione rispetto alla quantità di luce di un dato momento, perché sono in grado di assorbirne solo una certa quantità. Per questo motivo si è passati all’utilizzo, soprattutto in Europa e nord America, della luce artificiale per la produzione di orchidee, in modo da aggiungere le ore di luce mancanti in inverno.

Attualmente, l’olanda è il più grosso produttore di orchidee, ed essendo in Europa in inverno può sfruttare solo 6 ore circa di luce naturale, difatti il soffitto delle loro serre è coperto da lampade, altrimenti perderebbero molti mesi di crescita. Questo tipo di discorso vale per il 90% delle orchidee che si trovano in commercio.

La luce artificiale, quindi, da un grosso vantaggio ed evita che le piante muoiano. L’acqua è una delle cause di morte nel periodo invernale, se non viene aggiunta la luce artificiale. Se la pianta non ha abbastanza ore di luce, smette di crescere ed entra in uno stato di riposo, quindi assorbe meno acqua. Se noi continuiamo a bagnare come nel periodo estivo, l’acqua si accumula nel substrato facendolo marcire, di conseguenza facendo marcire le radici della pianta stessa portandola alla morte. Per questo motivo, meno ore di luce si hanno e meno la pianta va bagnata. La pianta avrà un grosso squilibrio perché avrà la temperatura ottimale, ma non la luce, quindi andrà ad utilizzare le riserve di nutrienti che ha accumulato all’interno delle foglie fino ad andare in crisi.

Per tutte le piante in genere, anche dei nostri giardini, il rapporto tra luce, temperatura e concime è molto importante. Bisogna sempre tener presente che non esiste una regola sulle bagnature e le concimazioni ben precisa, ma bisogna adeguarsi all’ambiente che si ha.

Per questo motivo è molto importante non comprare delle piante che crescono in ambienti differenti da quello che si può fornire, è meglio comprare piante che vivono in ambienti simili al nostro

Le nuove tecnologie per l’illuminazione

Con le nuove tecnologie, il costo di consumo per raggiungere le ore di luce ideali necessarie per il corretto sviluppo delle nostre piante, è diventato abbastanza relativo, più precisamente, fino ad alcuni anni fa si utilizzavano lampade da scarica, come quelle ai vapori di sodio, lampade a ioduri metallici che erano molto costose e consumavano molto. Si parla di un consumo attorno ai 200-400 watt, per questo motivo, anche se si tenevano poche piante, si notava la differenza sulla bolletta. Con le nuove tecnologie, cioè le lampade a led e quelle a basso consumo, si ottengono dei consumi molto più bassi. Per ottenere dei buoni risultati, basta aggiungere una lampada da novembre ad aprile, che vada a portare le otto ore circa di luce a undici ore e mezza.

Significa accendere la lampada per circa 3-4 ore al giorno, quindi consumando veramente poco. Per quattro piante, ad esempio, è sufficiente una lampada da 15-20 watt, cioè con un consumo di circa 2- 3 euro al mese, un costo veramente relativo. Questo sistema da realmente dei grossi risultati, si abbassa la percentuale di mortalità delle piante in inverno e aumenta la possibilità di fioritura.

L’ideale è accendere la lampada per un’ora la mattina, dalle 7:30 alle 8:30 in base alla località, e aggiungere altre due ore di luce dalle 17:00 fino alle 20:00

I tipi di lampade

Le prime lampade utilizzate erano quelle al sodio o ioduri metallici, quelle al sodio sono le classiche lampade gialle che illuminano le strade, che funzionano molto bene sulle piante, ma consumano molto, perché la maggior parte dell’energia che utilizzano viene dissipata sottoforma di calore; inoltre emettono una parte di spettro luminoso che le piante non utilizzano. Per questi motivi circa il 70% di energia utilizzata da questo tipo di lampade è sprecata. In alcuni ambienti, dove le temperature sono basse, l’energia dissipata in calore può essere utilizzata per riscaldare l’ambiente. In Olanda utilizzano ancora questo tipo di lampade perché sono testate, così da avere la certezza di ottenere una produzione omogenea. Molte ditte olandesi, negli ultimi anni stanno comunque eseguendo dei test sull’utilizzo delle lampade a led, visto che si arriva fino a un risparmio del 95%.

Per le coltivazioni in casa, o in serre di medio piccole dimensioni, intorno all’anno 2000 sono state introdotte le lampade a basso consumo create appositamente per la crescita delle piante, con spettri superiori rispetto a quelle utilizzate comunemente nelle abitazioni. Si tratta di lampade da 125 watt, rispetto alle lampade a ioduri metallici si risparmia più del 50% ed equivalgono alle lampade da scarica da 200-250 watt. Sono lampade che rendono molto bene per la crescita delle piante, ad esempio, nella cantina di 6 metri per 4 di Alessandro adibita a serra, con all’interno quasi mille orchidee, venivano utilizzate cinque lampade di questo tipo, quindi con un consumo di circa 600-700 watt. Si tratta di una grossa collezione, dove le orchidee fiorivano regolarmente. Ora sta passando alle lampade a led per poter consumare ancora meno e per sperimentarle.

Un’azienda spagnola sta mettendo in commercio lampade da 20-30 watt rispetto alle classiche da 150-200 watt, utilizzabili anche per quattro Phalaenopsis. Lo svantaggio principale rispetto alle lampade a led, è che durano quattro anni, poi lo spettro luminoso emesso cambia e non va più bene per le piante, anche se si accendono ancora.

Prima di queste lampade venivano utilizzati i neon specifici per le piante o quelli per acquari, funzionano molto bene per la crescita delle piante, ma vanno tenuti molto vicino all’orchidea e durano solo sei mesi. Anche in questo caso lo spettro luminoso cambia, perché una parte del gas viene consumata, fornendo luce non utilizzabile dalle piante. Consumano poco, ma dovendoli sostituire molto spesso a lungo termine diventano più costosi dei led e delle lampade a basso consumo. Inoltre, i neon possono essere utilizzati solo creando un vero e proprio impianto, invece le lampade a basso consumo possono essere inserite direttamente al riflettore.

Negli ultimi 5 anni sono uscite in commercio le lampade a led, si tratta semplicemente di diodi che forniscono  luce fredda, sfruttando il 98-99% dell’energia che gli viene fornita, quindi vengono eliminate quasi totalmente le perdite che si hanno con le altre lampade, soprattutto quelle a scarica. Si tratta di un apparato tecnologico molto semplice, difatti è molto difficile che si guasti, per questo motivo vengono garantite per almeno 10 anni e teoricamente durano molto più a lungo. All’interno hanno un piccolo trasformatore, normalmente è proprio questa parte a guastarsi e non la lampada in se. Inizialmente le lampade a led erano state studiate dall’azienda americana SolarOasis legata alla NASA da un progetto, cioè studiano la coltivazione di vegetali nello spazio per poter rendere una base spaziale indipendente. Per poter ridurre al massimo i consumi hanno utilizzato gli studi che determinano l’assorbimento della luce da parte delle piante, quindi i picchi di colore utilizzati da esse dello spettro luminoso, in modo da non produrre luce non assorbibile. Hanno creato led che danno una luce di colore violaceo, dato dall’unione del colore blu, rosso e verde, tutto questo perché generalmente il led ha una frequenza fissa.
Questo progetto è stato eseguito per poter consumare la minor quantità di energia possibile. Purtroppo, alcuni studi e sperimentazioni sulle piante hanno evidenziato che non sempre funzionano bene e che sono lampade molto costose, inoltre hanno un punto luce abbastanza grande, da 0.5 a 1 cm. La differenza di risparmio energetico che si ha tra l’utilizzo di un led colorato e di un led bianco è del 7% circa, quindi è molto relativo, per questo motivo conviene utilizzare un led bianco, consumando un po’ di più, che da uno spettro luminoso più ampio e completo, dando alle piante i colori necessari e illuminando la zona rendendola visibile anche all’occhio umano. Se si utilizzano i led colorati, si otterrà un ambiente colorato di viola e gli oggetti risulteranno alla vista praticamente neri, quindi avremmo bisogno di un’altra luce per poter vedere le orchidee, tutto ciò accade perché lo spettro luminoso utilizzato dalle piante non viene percepito dall’occhio umano. Negli ultimi tempi, le aziende asiatiche hanno inventato un nuovo tipo di led con la nuova tecnologia SDM, che ha dato la possibilità di rimpicciolire i punti luce e di conseguenza ridurre di molto la dimensione delle lampade led stesse, ottenendo una grossa resa e sfruttando un piccolo spazio, concentrando meglio la luce nella zona dove è necessario illuminare. Le lampade led SDM prodotte in Europa, purtroppo al momento sono molto costose perché le aziende devono ammortizzare le spese della ricerca. Con una lampada a led SDM da 20 watt possiamo ottenere ottimi risultati per una zona di circa mezzo metro quadrato, tenuta ad un’altezza di 50-80 cm dalle piante, perché ha la potenza di una lampada da 200 watt, quindi si ha una luce molto forte.

Un famoso coltivatore di orchidee ha eseguito lunghe sperimentazioni su questo tipo di nuove tecnologie, recentemente è uscito un articolo sulla famosa rivista americana di orchidee, “American Orchid Society”, dove sono stati pubblicati i risultati delle sue coltivazioni utilizzando le varie tecnologie. Ha eseguito le sperimentazioni con lo stesso tipo di pianta utilizzando la luce naturale, luce naturale con aggiunta di lampade a scarica, con aggiunta di lampade a basso consumo, led colorati e led bianchi. Evitando di spiegare tutti i risultati, è importante notare che la produzione e la fioritura ottenuta con l’utilizzo dei led bianchi è stata addirittura pari a quella con le lampade a scarica, con un risparmio energetico dell’85%. Bisogna ricordare che la luce naturale a cui sono state aggiunte le varie lampade nelle zone di sperimentazione era filtrata dell’80-85%, quindi era molto bassa.

Orchidee coltivate nella cantina da Alessandro Valenza, con sola illuminazione artificiale

La coltivazione con luce artificiale

Per l’utilizzo delle lampade in inverno è molto importante ricordare che esistono due tipi di gruppi di piante. Alcune sono fotosensibili alla durata delle giornate, quindi se hanno troppa luce non fioriscono, come la maggior parte degli ibridi e specie delle Cattleya. L’ideale per ottenere la fioritura è darle 11 ore di luce. Al contrario, le Phalaenopsis non sono fotosensibili alla durata del periodo di luce, quindi è possibile darle 20 ore di luce per tutto l’anno, ottenendo una crescita più veloce. Ovviamente bisogna sempre equilibrare le ore di luce alla temperatura, alla concimazione e alle bagnature.

Per chi vuole coltivare le orchidee in luoghi completamente assenti di luce, come la cantina di Alessandro Valenza, bisogna accertarsi che vengano sempre fornite le ore di luce corrette e senza interruzioni, ci si può aiutare semplicemente utilizzando un timer. Viene consigliato, per chi non ha grosse collezioni o ne ha di pochi tipi, di dividere l’inverno dall’estate, per chi ne ha la possibilità d’estate le piante possono essere tenute tranquillamente all’esterno, perché hanno una circolazione d’aria maggiore e la luce del sole filtrata è sicuramente migliore rispetto a quella artificiale, in questo modo si fornisce un ambiente ideale per almeno sei mesi l’anno. In inverno, invece, bisogna attrezzare uno spazio per svernare le piante, utilizzando le lampade e un impianto che permetta di mantenere l’umidità corretta. È molto importante equilibrare il concime e le bagnature in base alla luce e alle temperature.

Ad esempio, sull’Himalaya cresce un’orchidea specie che può nutrirsi in un preciso momento dell’anno, il concime viene fornito durante il passaggio degli uccelli migratori, quando esaurisce la pianta non ne riceve altro fino al passaggio della migrazione successiva. La pianta, abituata a vivere in queste condizioni, se avesse concime disponibile per tutto l’arco dell’anno svilupperebbe solo la parte verde, senza produrre nessun fiore. Per questo motivo è molto importante seguire l’andamento delle stagioni se si vuole ottenere il miglior risultato con uno sforzo minore. In primavera aumentano le ore di luce e la temperatura, quindi andando verso l’estate bisogna aumentare le bagnature e la quantità di concime, fino a quando, per il ciclo naturale e con l’arrivo dell’autunno diminuiranno le ore di luce e la temperatura. Nel caso in cui non viene somministrata luce aggiuntiva e calore sufficiente, in inverno bisogna diminuire le bagnature e le concimazioni, fino a sospenderle nei mesi più freddi.

Se si aggiunge la luce artificiale, bisogna mantenere lo stesso tenore di bagnature e concimazioni tenuto durante il periodo estivo.

Come scegliere le orchidee da coltivare

E’ importante notare che per scegliere le specie da comprare e stabilire il corretto tenore di bagnature e concimazioni durante l’arco dell’anno è necessario sapere in che luoghi crescono in natura. Esistono due zone principali in cui crescono le orchidee che si trovano normalmente in commercio, le zone equatoriali e le zone tropicali o subtropicali.

Nelle zone equatoriali generalmente si hanno temperature alte e costanti per tutto l’anno, le ore di luce sono costanti e l’abbassamento di temperatura è molto relativa, infatti, non si hanno le stagioni. Le orchidee che crescono in questi luoghi possono essere coltivate sempre nelle stesse condizioni ottenendo dei buoni risultati. Al contrario, nelle zone tropicali o subtropicali, si ha una buona differenza tra le stagioni, che diventa sempre più netta avvicinandoci sempre più ai poli.

La luce artificiale va aggiunta solo alle piante che provengono dalle zone equatoriali, che hanno luce costante per tutto l’anno.

Ad esempio, le piante provenienti dal nord dell’India, in inverno andranno in riposo perché le ore di luce diminuiscono e si abbasseranno le temperature, quindi non vanno bagnate, concimate come in estate e non va aggiunta la luce artificiale, ma va diminuita la temperatura. Se viene coltivata come una pianta della zona equatoriale, tenderà a crescere continuamente, sballando il suo ciclo naturale di crescita, causando la mancata fioritura, una crescita stentata fino alla marcescenza e alla morte.

La concimazione

Negli ultimi anni sono state eseguite delle ricerche sulle concimazioni dall’università americana “Michigan State University” perché uno studioso si è opposto alle ricerche eseguite fino agli anni ottanta su come funzionano le concimazioni sulle orchidee. Nelle precedenti ricerche si credeva, come molti credono ancora tutt’oggi, che le piante hanno bisogno di azoto durante la crescita, invece per fiorire hanno bisogno di fosforo e potassio. Lo studioso universitario invece ha dimostrato che utilizzando un concime strutturato, con una giusta percentuale di azoto e una percentuale più bassa di fosforo e potassio, è possibile ottenere gli stessi risultati che si ottengono utilizzando più concimi complessi.

Il metodo classico prevede le segienti concentrazioni di Azoto, Fosforo e Potassio (NPK):

  • In primavera, l’utilizzo di un concime con alto contenuto di azoto (30-10-10);
  • In estate quando le piante cominciano a svilupparsi l’utilizzo di un concime bilanciato (20-20-20) per mantenere la pianta in crescita;
  • In autunno l’utilizzo di un concime con una percentuale maggiore di fosforo (10-52-10) per stimolare la fioritura.

Con i nuovi concimi strutturati MSU (prendono il nome da quello dell’università) del tipo 20-5-13, è possibile utilizzare lo stesso concime per tutto l’arco dell’anno. Viene fornito molto azoto per tutto il periodo di crescita, nel momento in cui la pianta deve prepararsi alla fioritura si smette completamente di concimare. La pianta assorbe continuamente l’azoto, spesso si rischia di bruciarne le radici se le si da troppo azoto visto che tende ad assorbirlo tutto. Il fosforo e il potassio, invece, vengono assorbiti gradualmente in base alla necessità della pianta; continuando a concimare, quindi, si accumula nel substrato di coltivazione.
Nel momento in cui si smette di concimare, la pianta consumerà tutto l’azoto rimanente e continuerà ad utilizzare il fosforo e il potassio accumulati precedentemente, quindi avrà abbastanza nutrimento per andare a fioritura. Dimostrazione del fatto che sono concimi ottimali è che i più importanti produttori di orchidee, americani e giapponesi, sono passati ad utilizzare questo tipo di concimazione.

Un elemento molto importante per la concimazione delle orchidee è l’equilibrio tra il calcio e il magnesio, sostanze fondamentali per lo sviluppo radicale della pianta e per la capacità di assorbimento dei nutrimenti da parte di essa.
È meglio concimare spesso con piccole dosi, rispetto alle classiche concimazioni abbondanti ogni 15 giorni, perché nel momento in cui si fa un’abbondante concimazione, i sali si accumulano nel substrato e con la nuova concimazione si rischia di bruciare le radici. Per questo motivo è meglio dare un terzo della dose consigliata di concime a tutte le bagnature. Inoltre vanno utilizzati solo concimi specifici per orchidee, altrimenti le piante non assorbono il nutrimento.

Molto importante per mantenere sane le piante per molto tempo, è la lavatura. Nel tempo i sali si accumulano comunque nel terreno e rendono la durata del substrato di coltivazione molto più breve; inoltre tutti i terreni con il tempo si disgregano formando delle polveri sul fondo del vaso che non permettono il passaggio dell’ossigeno, causando infezioni batteriche, causando la morte della pianta. Una volta ogni sei mesi è quindi necessario immergere le piante in acqua pura per mezza giornata, oppure bagnarle 7-8 volte nell’arco di una giornata. In questo modo vengono eliminati tutti i sali in eccesso e viene rinnovato il substrato.

Spesso, quando il pH del substrato non è quello corretto, si nota che le radici tendono a crescere fuori dal vaso, scappando letteralmente dal substrato per salvarsi, in questi casi è bene rinvasare con del nuovo terreno.

L’acqua

Un elemento molto importante è il tipo di acqua che si utilizza per annaffiare le orchidee. Se si utilizza un’acqua troppo calcarea, verrà fornita una quantità in eccesso di calcio, di conseguenza la pianta non riuscirà ad assorbire il poco magnesio presente. Questo accade perché il calcio e il magnesio sono due sostanze antagoniste. L’effetto principale è l’ingiallimento delle foglie, fino ad arrivare alla morta della pianta. Accade perché il calcio presente nel terreno impedisce alla pianta di assorbire gli altri nutrienti.

Se si concima utilizzando questo tipo di acqua, si forniscono i nutrienti con le proporzioni indicate sull’etichetta del barattolo, quindi si sa esattamente quanto nutrimento si sta dando.

L’acqua ideale da utilizzare per coltivare le orchidee è quella piovana, oppure da osmosi inversa, unici tipi di acque che non hanno sali disciolti al loro interno

L’acqua piovana va fatta decantare almeno per 48 ore dalla raccolta, perché le gocce che provengono dall’atmosfera raccolgono l’anidride carbonica presente nell’aria, formando l’acido carbonico che produce un abbassamento del pH dell’acqua. L’acqua appena raccolta ha un pH che si aggira intorno a 5, lasciandola decantare il pH sale per effetto della naturale de carbonizzazione. E’ molto importante non lasciare l’acqua ferma e stagnante, altrimenti si inquina a causa della formazione di batteri. Basta utilizzare una piccola pompetta per acquari, tenendola sempre accesa nella vasca di raccolta in modo da far fare una piccola fontanella, in questo modo l’acqua si ossigena e non permette lo sviluppo dei batteri anaerobici che spesso sono la causa delle infezioni prodotte nelle piante, animali e persone.

Il pH è un parametro molto importante per la vita delle orchidee, perché determina il movimento dei Sali al loro interno, quindi del nutrimento. Se si ha un pH errato, la pianta non è in grado di assorbire i nutrienti presenti nel substrato. L’80% delle orchidee amano un substrato con pH intorno a 6, cioè leggermente acido, le restanti orchidee crescono anche in substrati molto basici. L’acqua pura ha pH circa uguale a 7, con l’aggiunta del concime si acidifica leggermente portando il pH al valore ideale. È molto importante ricordare il tipo di substrato che viene utilizzato per la coltivazione delle orchidee, perché in base a questo cambia il pH. Ultimamente alcuni coltivano su substrati inerti, come ad esempio il lapillo vulcanico e l’agriperlite. Essendo substrati inerti, se si utilizza acqua con il pH errato, il pH del substrato stesso si sballa molto, per questo si consiglia di mischiare terreni inerti con sostanze organiche che aiutano a bilanciare il pH.

Per le piante commerciali, anche per alcune botaniche, se si utilizza una buona acqua con basse quantità di concime, non si hanno problemi di pH.

Conclusioni

E’ molto importante sapere che tipo di orchidea si possieda per poterla coltivare al meglio, ricordando che le piante da serra calda in inverno devono avere temperature minime notturne intorno ai 20°C, quelle da intermedia intorno ai 14°C e quelle da fredda intorno ai 10°C. Aggiungere ore di luce artificiale in inverno se necessario per ottenere risultati superiori, utilizzando preferibilmente lampade a risparmio energetico o lampade a led SDM, con spettro luminoso ideale per la crescita intorno ai 5500 e 6000 K (20 watt ~ 1 m2).

Coltivazione invernale in veranda di Francesca Castiglione con illuminazione artificiale, dato che si tratta di inverni con poco sole a causa delle nebbie

Vanilla planifolia

a cura di Francesca Castiglione

Tanta pazienza e anni di coltivazione, finalmente è fiorita la Vaniglia.
La Vanilla planifolia è un’orchidea originaria del Messico da cui si ottiene il classico aroma da noi tanto amato e utilizzato per creare i dolci. La trasformazione dei frutti inodori, né la pianta né i fiori hanno il tipico profumo dolce e vellutato che conosciamo, nella dolce spezia profumata necessita di una preparazione minuziosa e metodica i cui principi furono sviluppati in Messico molti anni fa. La lavorazione dura circa dieci mesi dove viene arrestata la vita vegetativa del baccello.
La pianta è una liana flessibile e poco ramificata che si aggrappa ai tronchi o altri supporti arrampicandosi oltre i dieci metri di altezza. Ha bisogno di un ambiente caldo e umido, per problemi di costi in inverno la riparo nella veranda adibita a serra dove ci sono minime di 14°C che spesso causano l’aborto delle punte, quindi si ha un rallentamento della crescita.
L’estate invece la passa all’esterno con la necessaria ombreggiatura per evitare le ustioni da sole diretto, cosa che gradisce molto, infatti vegeta bella e vigorosa.

Tutto è cominciato circa sette anni fa da una piccola talea radicata lunga circa 40cm. Si tratta di un’orchidea terricola che si sviluppa in verticale arrampicandosi al primo tronco vicino presente nella foresta con le radici aeree presenti vicino all’attaccatura delle foglie; quindi alla base vuole un terreno fresco, molto umido e ombreggiato, al contrario la testa vuole molta luce. Per poterla far arrampicare come in natura, con l’aiuto di mio padre, abbiamo costruito un supporto in metallo zincato ricoperto con rami cavi di sughero.
Metà vaso riempito di cemento per fissare il supporto ed evitare che si ribaltasse con il vento, la metà superiore riempita con un substrato per orchidee terricole molto leggero e drenante: un misto di bark, terriccio, sabbia, sfagno, lapillo e perlite. Questa soluzione è stata molto gradita dalla pianta che dopo la prima estate è cresciuta di circa un metro e mezzo. Con gli anni ho avvolto le liane sul supporto a forma di piccolo albero.
Per innaffiare utilizzo acqua piovana con l’aggiunta di 3 grammi di concime bilanciato ogni 10 litri di acqua, una volta al mese nel periodo di maggior attività vegetativa utilizzo Nitrato di Calcio nello stesso dosaggio. Cerco di mantenere un tasso di umidità minimo di circa il 60-70% che è fondamentale per una buona crescita della Vaniglia.

Vanilla planifolia - Green Week 2016, mostra al Giardino Botanico di Alessandria

Vanilla planifolia nel Castello di Piovera 2012

Vanilla planifolia

 

Per arrivare alla fioritura la liana deve raggiungere una lunghezza minima di circa 7 metri con il fusto grosso come un dito pollice, altre specie di Vanilla devono raggiungere lunghezze molto superiori per poter fiorire.
Negli ultimi anni sapevo che la pianta aveva raggiunto la lunghezza necessaria, ma in inverno, anche se esposta a est contro al vetro senza ombreggiamento, la luce non era sufficiente dato che qui nell’Alessandrino tra il brutto tempo e le nebbie non vediamo il sole anche per più di un mese.
Sapendo già che la temperatura minima invernale non è ottimale ma limite, quest’inverno ho provato ad aggiungere la luce artificiale regolata per stare accesa 11 ore al giorno. Molto importante è il tempo di luce di cui gode la pianta, perché è originaria della fascia equatoriale dove si hanno circa 12 ore di luce per tutto l’anno. Con grande sorpresa questa primavera ho notato la formazione degli steli fiorali, ben 12 che porteranno fiori per più anni.
I primi fiori si sono aperti alla fine di maggio, giusto in tempo per l’esposizione della Green Week al Giardino Botanico di Alessandria. Da quando è conme tutti gli anni mi ha accompagnata alla mostra di orchidee nel Castello di Piovera e ora anche al Giardino Botanico.

Il fiore di per sé è molto semplice, giallo-verde senza profumo, ci sono orchidee decisamente più belle e vistose, ma la pianta è molto bella e vale la pena di coltivarla. È una vera soddisfazione essere riuscita a farla fiorire dato che non è affatto semplice.

Vanilla planifolia - Prima fioritura, Maggio 2016

Grazia Colomba Vittadini

Phalaenopsis Braceana x Manni Black

Orchideria di Morosolo

La bellezza ci salverà
Intervista a Grazia Colomba Vittadini, appassionata di orchidee e coltivatrice. 

Come si è verificato il tuo primo incontro con le orchidee? Come ti sei appassionato? Da quanti anni?
Quasi quattro anni fa per il mio compleanno (novembre) mi hanno regalato una Phalaenopsis ibrida bianca, la più classica del mondo. Una volta sfiorita e giunta la primavera, l’ho messa fuori su un tavolo, dietro a delle stelle di natale. A giugno, passando, vedo sbucare dalle foglie un fiore bianco come la mano di un affogato che sbuca dall’acqua … apro le foglie ed era lei! Bruciata, massacrata, ma in fiore. Poverina … assalita dai sensi di colpa l’ho presa e per la prima volta l’ho VISTA.

Ho visto la sua forma perfetta, il colore sfumato delicatamente, la stupenda architettura che mi ha stregato il cuore.

Quante piante hai?

Ho più di 300 orchidee.

Quali piante costituiscono il cuore della tua collezione? Attualmente quali preferisci? (Genere, miniature, profumate, provenienza ecc)
Prediligo in assoluto le Phalaenopsis, le trovo facili, ci capiamo bene. Da lì mi sono allungata per le varie forme di transizione Phalaenopsis – Vanda fino ad esplorare il mondo delle Vandalike. Mi piacciono moltissimo anche le Cattleya con cui però non ho ancora trovato un’intesa perfetta. Sto sperimentando.

Come coltivi? (Casa, serra, orchidario)
Coltivo in casa le Phalaenopsis e Vande, in serra le altre: la serra è poco scaldata d’inverno e ci tengo tutti gli Odontoglossum, Cymbidium e gran parte delle Cattleya. Ora d’estate tutte queste orchidee sono variamente dislocate in giardino: fortunatamente mi piacciono gli alberi ricadenti e quindi ho diverse buone zone di ombra e mezz’ombra.

Usi l’illuminazione artificiale? Se si di che tipo? Ne sei soddisfatto?
È un passo che non ho ancora fatto.

Solitamente gli appassionati trovano soluzioni a volte geniali per risolvere i vari problemi di coltivazione casalinga. Hai qualche idea da segnalare?

Avendo circa 150 Phalaenopsis le ho radunate nelle cassette di plastica della frutta e mi trovo comoda a spostarle per bagnarle o per metterle sotto la pioggia.

E quali errori?

Le Cattleya non vanno nei vasi di plastica perché marciscono sistematicamente le radici: ultimamente sto provando a metterle in cestello e quest’ultimo poi dentro a un vaso trasparente più largo.ri, ho dei problemi durante la fioritura su alcune specie, a volte troppo poca acqua.

E i tuoi sogni nel cassetto?

Un viaggio intorno al mondo per vederle dal vivo.

La coltivazione e quindi la passione per le orchidee ha influito col rapporto con te stesso e con chi ti sta vicino, Se si in che modo?
Le orchidee quando collaborano aumentano l’autostima: la mia famiglia non è particolarmente felice

di avere la casa invasa dalle piante e me perennemente affaccendata, ma io vado matta per i progressi delle mie piante e ne conosco ogni foglia e ogni radice … dico sempre al mio compagno che l’orchidofilia previene l’adulterio (e chi ha tempo??) e quindi non si lamenti.

Rispondete anche voi all’intervista dell’Orchideria!
Inviatela assieme a foto delle vostre orchidee, con voi e del luogo in cui le coltivate a soci@alao.it e info@orchideria.it . Le pubblicheremo nei prossimi numeri e sul sito dell’Orchideria.

Phalaenopsis mariae in cestello-zattera di Roberto Bicelli

ORCHIS – Bollettino trimestrale dell’Associazione Lombarda Amatori Orchidee -Sede Cadrezzate (VA) Via Solferino 245/2 CAP 21020 – Organizzazione redazionale Sartorio Sandro – Iscritta al Registro Stampe del Tribunale di Varese al Nr.472 – E-mail per i soci soci@alao.it, per i non soci info@alao.it
Tutti gli articoli e le fotografie ritenute interessanti verranno pubblicate su questo bollettino.
Le copie arretrate sono disponibili sul sito dell’Associazione www.alao.it