Intervista a cura di Osvaldo Rozzo

In Italia non è sicuramente facile trovare coltivatori storici di orchidee ben disposti a condividere il proprio sapere con chi si affaccia a questa variopinta passione. Certamente non è questa la regola, ma una tendenza abbastanza diffusa, questo sì. Qualche anno fa mi diressi verso Firenze per visitare una piccola mostra di orchidee organizzata presso l’orto botanico del capoluogo toscano; ero agli albori della mia passione e conoscevo pochissimi coltivatori, ma tra la calca intenta a osservare in silenzio le meravigliose specie esotiche esposte c’era un uomo distinto, elegante e vestito di chiaro. In un secondo momento mi ritrovai accanto a questo individuo e ascoltai interessato ciò di cui stava parlando. Effettivamente non si trattava di commenti effimeri e ripetitivi, ma di una descrizione tangibile, elegante ed estremamente specifica della Cattleya walkeriana che stava osservando, o per meglio dire, giudicando. Questo è il primo ricordo che ho dell’incontro con Alejandro Capriles. Il tempo ormai è trascorso e quello sconosciuto vestito di chiaro in tiepido pomeriggio autunnale è diventato per me un caro amico. Ma chi è Alejandro Capriles? Perché dovremmo essere interessati ad ascoltare cosa ha da dire quest’uomo dal nome ispanico? Scopriamolo insieme!

Intervista a cura di Osvaldo Rozzo

Iniziamo semplicemente dal principio? Ti va di parlare dei tuoi primi ricordi legati alle orchidee? Iniziamo dal caldo e meraviglioso Sud America…

Sono nato a Monterey. Sono arrivato a Caracas quando avevo 4 anni.

Mia nonna coltivava specie di Cattleya venezuelane, la casa era sempre piena di fiori meravigliosi. Soprattutto a Natale, quando la C. percivaliana riempiva tutta la casa con quel profumo speziato.

 

Un Natale ben diverso da quello a cui siamo abituati in Italia!

Certamente! Ricordo ancora la mia prima orchidea, era un Oncidium sphacelatum che un venditore ambulante vendeva per strada. Io ero affascinato dai fiori con quello stelo lunghissimo, mia nonna fece fermare la macchina e la comprò. «Ecco la tua prima orchidea. Ora devi prenderti cura di lei» mi disse. Avevo 8 anni appena.

 

Si può dire che questa passione è cresciuta con te? Ma a che punto hai deciso di dedicare parte della tua vita alle orchidee?

In realtà non avevo mai pensato di farlo da un punto di vista professionale, è successo quasi per caso. Ero all’università, studiavo architettura paesaggistica e, per un corso di agronomia, dovevamo intervistare qualcuno del settore per imparare qualcosa dal punto di vista manageriale. Scelsi Stewart Orchids, presi un appuntamento con il direttore delle vendite e ci incontrammo il giorno dopo, fu un’intervista molto piacevole che non dimenticherò mai. Alla fine del colloquio Paul Jones mi chiese se volessi lavorare per lui e da lì partì tutto. Da quel giorno ho lavorato e studiato contemporaneamente fino alla fine della laurea (ho preso una doppia laurea, la prima in architettura paesaggistica, poi un’altra in botanica ornamentale con specializzazione sulle orchidee e sulla coltivazione in serra). Dopo qualche mese nel settore vendite e come assistente di Paul iniziai a fare degli ibridi ed entro la fine dell’anno diventai ibridatore di Cattleya per Stewart Orchids.

 

Durante il tuo lavoro presso Stewart Orchids cosa ti spingeva a decidere di ibridare una determinata specie botanica con un’altra o con ibridi? Immaginavi già in fase decisionale il risultato definitivo?

Credo fosse la mia curiosità che mi fece interessare alla creazione di ibridi. Conoscevo le Cattleya molto bene e già quello era tanto per quell’epoca. Ho studiato gli alberi genealogici degli ibridi famosi e ho cercato delle correlazioni per capire quali tratti venissero fuori da quale specie o ibrido a seconda dell’incrocio. Poi ho imparato molto da altri ibridatori tra cui Murray Spencer, Leo Holguin e Frank Fordyce. I miei primi ibridi furono una miscela da specie e ibridi primari a standard rosa, compatte colorate, e miniature rosse. Ma con il tempo mi sono indirizzato più che altro verso le piante compatte con fiori relativamente grandi e ho creato la Cattleya Bright Angel, la Cattleya Jeweler’s Art e Guaritonia Why Not. Mi piaceva molto incrociare ibridi primari di Cattleya (Sophronitis) coccinea con ibridi di Cattleya standard, come la Cattleya Drumbeat o la Cattleya Horace.

 

Come sei approdato ad American Orchid Society?

Era un passo naturale da fare… Sono stato incoraggiato da Paul e anche dai miei collaboratori tra cui JoAnne Brown, l’ibridatrice di Paphiopedilum e Phalaenopsis presso Stewart Orchids. Tra il 1975 e il 1976 ho intrapreso il percorso per diventare giudice presso l’AOS. Il percorso è composto da diversi livelli: si inizia come assistente (clerk) per un minimo di 6 mesi; segue il livello studente giudice per un minimo di 2 anni; successivamente si diventa giudice in prova (probationary). Durante il periodo da studente giudice ti assegnano due tutors a cui porre tutte le domande e curiosità. In questo periodo di prova ogni anno si deve realizzare una conferenza, che deve essere approvata dai tutors, su un tema di giudizio destinato alla pubblicazione. Il mio lavoro mi offriva una posizione molto privilegiata perché in realtà conoscevo molto sulle orchidee e avevo visto molto di più di alcuni giudici senior, cosa che ha creato invidie con alcuni giudici; ma in generale il mio periodo da studente giudice è stato un’esperienza positiva. Quando sono stato promosso a probationary judge, ho fatto una conferenza sul giudizio della Catasetum Alliance che venne pubblicata su «Orchid Digest». E da qui ebbe inizio il mio rapporto con la rivista.

 

Chi era l’editore capo in quel periodo?

In quel periodo era Jack Fowlie. Don Herman, uno dei miei tutors, aveva contattato Mr. Fowlie per suggerire il mio ingresso in «Orchid Digest» con l’intenzione di prendere le redini della rivista una volta che Fowlie avesse deciso di andare in pensione. Tristemente Fowlie morì meno di un anno dopo il mio arrivo.

 

La tua carriera nel mondo delle orchidee ti ha portato a partecipare a diverse spedizioni di ricerca scientifica, tra cui una che ha stabilito ciò che per noi è ormai un dato di fatto riguardo il Catasetum pileatum; cosa ci puoi raccontare?

Sono andato nello stato di Apure nel sud-ovest del Venezuela con Pierre Couret e Germán Carnevali, un bravissimo studente universitario di botanica della Universidad Central de Venezuela, che poi divenne il direttore del Missouri Botanical Gardens. L’ipotesi di Couret e di Carnevali era che la varietà imperiale fosse addirittura un ibrido naturale tra C. pileatum e C. macrocarpum (C. x tapiriceps). Abbiamo infatti scoperto delle popolazioni di esemplari con caratteristiche intermedie in tutte le sfumature di questa ipotesi. Ma il genere Catasetum è il più avanzato, dal punto di vista evolutivo, di tutto il regno vegetale. La speciazione di ibridi naturali avviene con molta frequenza nelle Catasetinae e non c’è da sorprendersi quindi che la varietà imperiale di Catasetum pileatum divenne accettata come tale.

 

Che ricordo hai del periodo in cui eri studente giudice presso l’AOS?

Sarò sempre grato a Harold Koopowitz e Norito Hasegawa, entrambi giudici accreditati che si sono interessati molto al mio lavoro da Stewart Orchids, aiutandomi molto nel mio percorso come giudice. Norman Fang era un mio compagno di università e successivamente è entrato a far parte del sistema di giudizio dell’AOS. Eravamo tutti una grande famiglia.

 

Come è proseguita la tua carriera all’interno dell’AOS?

Direi che la parte più soddisfacente fu senz’altro quando sono stato nominato direttore del programma d’istruzione per allievi giudici, dove ho avuto il piacere di avere tra i miei alunni preferiti George Hatfield, l’attuale presidente dell’AOS; Sandra Svoboda, l’attuale presidente della WOC ed editor di «Orchid Digest», e Fred Clarke, fondatore e proprietario di Sunset Valley Orchids.

 

Ti è rimasta impressa nella memoria qualche premiazione?

Siamo stati i primi a vedere (e premiare) i primi Paphiopedilum Magic Lantern creati da Terry Root di Orchid Zone, i Paphiopedilum Norito Hasegawa e Paphiopedilum Harold Koopowitz e anche uno dei primi FCC per Paphiopedilum Dollgoldi e per il Paphiopedilum Gloria Naugle. Sono stato al tavolo di giudizio quando abbiamo conferito un rarissimo Award of Quality a una Cattlianthe Hazel Boyd, un ibrido storico.

 

Per concludere, ad oggi, dopo quasi una vita intera dedicata alla bellezza delle orchidee, quale orchidea si potrebbe definire la tua preferita o quella a cui sei più legato sentimentalmente?

Le Cattleya per ovvi motivi, ma per me, l’orchidea che si avvicina di più alla perfezione è (senza dubbio) il Paphiopedilum rothschildianum.

 

Sarà per questo che siamo così in sintonia.

Brilliant minds think alike

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